ore 16:11 - Lunedì, 6 Febbraio 2012


De Rossi, uno che non racconta balle

L’azzurro resta a Roma: si esalta la scelta di vita ma che bello sentire un giocatore ammettere le proprie tentazioni senza ipocrisie

C’è chi flirta con un’altra donna e poi giura amore eterno alla sua (in genere se alla fine lei, l’altra, non ci sta) e chi - anche se realmente tentato - decide di fare una scelta. Daniele De Rossi ha fatto una scelta: resterà a Roma, senza clausole o vie di fuga lasciate in sospeso. Sposa il progetto americano-Luis Enrique per i prossimi cinque anni mettendo sul piatto la sua ultima vera chance di andare alla conquista del mondo con maglie e soldoni stranieri. Lo fa di cuore, certo, ma anche di testa, come ammette lui stesso. E la cosa più bella è che nel spiegare i perché non racconta balle. A Roma era tutt’altro che scontato.

Già perché questa non è, calcisticamente e non solo, una città “normale”. Vive di passioni sanguinee, di chiacchiericci continui, di radio, siti e forum.  Di mode e filoni. “Spesso ci si divide in tifosi degli americani e tifosi dei Sensi - racconta proprio De Rossi -. Quando si perde gli americani non hanno una lira, quando si vince ‘te lo avevo detto che questo progetto è grande’”. Contraddizioni comuni per chi mastica calcio, ma l’azzurro ne parla con una coscienza e una naturalezza che hanno il vivo sapore della sincerità. Specie se si pensa all’intransigenza dei suoi interlocutori.

“Lo scorso anno sentivo che l’amore da parte dei tifosi nei miei confronti era leggermente calato. Non ero visto - racconta - più come un giocatore forte e avevo le mie responsabilità. Io resto qua se sono ben voluto e se mi sento a casa mia. Per quello avevo pensato ad altre soluzioni. Mi affascinava confrontarmi su più palcoscenici. Ho parlato con altre squadre, non è un segreto. Volevo vedere se ero forte ad alti livelli”. Parole che raccontano i dilemmi di una persona combattuta tra ambizioni professionali e la scelta di vita di chi è nato e cresciuto nella Capitale, con una sola fede in cuore.

Nulla di così raro se non fosse in un contesto dove ogni giorno si assiste al contrario. Quanti, troppi, abbiamo sentito negli ultimi mesi trattare con altre (più blasonate) squadre e poi giurare di non essere mai voluti andare via dalle proprie (anche qui quando loro, le altre, hanno alla fine cambiato idea). Da Mazzarri con la Juventus quest’estate a Mihajlovic con l’Inter, per il festival dell’ipocrisia temendo poi chissà che cosa e sottovalutando l’intelligenza di chi ascolta.

La verità è che la scelta di De Rossi è coraggiosa e ben pagata (guadagnerà 5,5 milioni di euro a stagione più bonus). Che la rinuncia a qualche soldo in più, rispetto a quelli che erano ad esempio pronti ad offrigli gli arabi e Roberto Mancini al City, è evidente così come il rischio di perdere palcoscenici da top player. Che l’ottimo rapporto con Luis Enrique (definito dal giocatore “decisivo in questa scelta”) e il modello positivo di Totti (“vederlo felice di aver rinunciato a tutto per la Roma - racconta Capitan Futuro - mi ha fatto capire tante cose”) hanno inciso non poco. Ma l’aspetto migliore di questa storia forse è altro.

E’ il fatto di aver trovato un giocatore (italiano) capace di dire le cose come stanno, anche ai tifosi più rigorosi. Verace e spontaneo, persino nelle sue debolezze. “Sono stato intransigente sui soldi che volevo come ingaggio. Voglio vincere dei trofei, per quello ho pensato - confessa - di andare via verso squadre più forti. Ma resto perché credo in questo progetto (parola di cui si abusa) e nell’ambizione di poterlo vincere anche qui”. L’amore per una maglia, una città, non è una cosa semplice: è una scelta e spesso un rischio. Spiegare anche i propri timori è forse il primo, decisivo, passo per costruire qualcosa di concreto.

Guido Di Santo

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