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La libertà delle panchine. Piccoli spazi per guardare il mondo e sognare.
Luoghi di pausa e riflessione, custodi fedelissimi di sentimenti e promesse. A rischio di estinzione – Paolo Ciampi – La libertà delle panchine. Piccoli spazi per guardare il mondo e sognare. – edicicloeditore – Pag. 96 – Euro 9.50.
di Giuliano Orlando
Nel 1956, settant’anni fa, Curzio Malaparte scrisse il libro “Maledetti toscani”, dove descrisse i suoi corregionali, lui era di Prato, come ironici e insofferenti all’autorità, indicandoli in antitesi con gli italiani vili. Aggiungendo essere intelligenti e sinceri. Da toscano sul fronte materno, versante pisano, aggiungo che sono anche e soprattutto sentimentali e quindi poetici. Tra questi il fiorentino Paolo Ciampi autore de “La libertà delle panchine”, uno scrigno tanto minuscolo, quanto gigantesco, nel rendere merito a questo supporto virtuoso, sul quale si sono sedute generazioni e generazioni, covando i loro sogni, le attese e le aspettative, gli amori e le delusioni, i tanti giorni prima e dopo gli esami. La panchina segno di libertà e non solo. Molto, molto di più. L’altro giorno, dopo il solito jogging al Parco Nord di Milano, mi fermai ad osservare i ragazzi di una scuola elementare che giocavano chi al pallone, altri tirando la palla nel canestro, trovando una panchina libera dove sedermi. Che mi accolse silenziosamente e piacevolmente.
A quando la prima panchina? Mi sembra già di avere la risposta: i cinesi e potrebbe anche essere esatto. Quando andai in Cina per la prima volta, in ogni ristorante mi informavano che gli spaghetti erano stati inventati da loro. Non dubito sia la verità. Per la panchina ancora attendo risposta, so solo che i Longobardi nel loro vocabolario usava la parola ‘panka’ che non voleva dire sgabello o altro. Sottolinea l’autore che la panchina non vuol dire solo pausa. Significa anche il punto ideale dove raccogliere i pensieri, leggere e scrivere gli appunti e non solo. Eppure questo prezioso oggetto sta scomparendo, tra l’indifferenza generale, come le cabine rosse inglesi dove si telefonava. Si salveranno? Domanda sentimentale, che inorridisce i politici e gli architetti attuali. Che arredano perfino le capanne ma mai inseriscono le panchine. A Castiglione del Lago, lingua di terra sul Trasimeno, tra olivi e pini che scendono verso il lago, si trovano panchine color lillà e dove l’autore lesse sullo schienale di una di esse, la storica frase di Giulio Cesare “Veni, vidi, vici”.
Ci sono anche le panchine rosse che trovi al Frantoio Buonamici sulle colline sopra Firenze, richiamando contro la violenza sulle donne. Le panchine alla memoria, quelle per i giornalisti uccisi le trovi a Ronchi dei Legionari, che ricordano Daphne Caruana Galizia, dilaniata da un’auto bomba per le sue inchieste sul malaffare a Malta. Nel Galles a Tenby, gioiellino sulla baia di Carmarthen, sopra le case color pastello affacciate sulla spiaggia infinita, svetta un promontorio senza vegetazione, attorniato da qualche rudere, avvolto nel silenzio rotto solo dal garrito dei gabbiani. Paolo vi trova panchine con i nomi incisi da gente comune che in tal modo firmavano la loro presenza. Scende sulla spiaggia e si ferma ad osservare un bambino che lascia andare un aquilone. Confessando a sé stesso che i britannici hanno la capacità di trarre un piacere profondo e durevole dal nulla assoluto. Qualcuno ha pensato anche all’assurdo di panchine a pagamento, idea da dimenticare, Ma c’e pure chi la panchina non la scorderà mai e per tenerla accanto, la compra. E’ accaduto a Vilorba nella marca trevigiana. Un impiegato ha ottenuto dal comune l’acquisto della panchina sulla quale ha conosciuto la sua compagna. Pagò la sostituzione, con un’altra, godendosi l’originale con la sua amata. Chiudo, riportando l’ultimo capoverso del libro. ‘Sono qui e ho voglia di dirti: non guadiamoci negli occhi, quello lo fanno tutti. Guardiamo avanti, Guardiamo insieme seduti su questa panchina. Poi magari alzarsi sarà come un’alba’. Dite quello che vi pare, ma io mi sono commosso.
Giuliano Orlando