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Diletta Cipollone centra il tricolore supergallo da pro, superando la Garganese.

Pubblicato il 6 luglio 2026 alle 18:07
Categoria: Boxe
Autore: Wilma Gagliardi

 

Dodici anni fa conquistò il titolo italiano da dilettante nel 2014, bissato l’anno dopo. La storia incredibile di una guerriera indomabile, superando infiniti ostacoli di carattere medico e logistico.



di Giuliano Orlando

Il 27 giugno scorso, sul ring di Mesagne nel brindisino, la pescarese Diletta Cipollone battendo la locale Cristina Garganese (4-5) in modo netto, conquistava il tricolore supergallo da professionista. Detto così, senza conoscere la storia di questa abruzzese dalla tenacia infinita, potrebbe sembrare impresa di normale amministrazione visto il record immacolato (5) ma limitato. Invece è straordinario ciò che fatto prima, sia sul ring che fuori, lottando contro avversità di vario genere, dai problemi fisici che l’hanno tormentata da dieci anni alla cura del padre in atto, dopo un’emorragia celebrale nel 2024, due anni di ricovero e il rientro a casa a Pescara. Con Diletta che faceva la spola Pescara-Roma per allenarsi e stare accanto al papà. Questo è solo l’oggi. Confesso che seguendo il confronto, facevo inconsciamente il tifo per Diletta e chiedo scusa alla pugliese, che era al secondo tentativo, il primo fallito nel novembre 2024 a Francavilla Fontane la sua città. A batterla in quell’occasione fu la mancina romana Bianca Voglino (6-1), 27 anni, pro dal 2023, che fece valere la migliore velocità. A tale proposito, Diletta ricorda e precisa che quel confronto l’avrebbe dovuto disputare lei.

“Ero io la cosfidante. Purtroppo dovetti rifiutare perché in quel momento papà era in rianimazione dopo un’emorragia cerebrale e io non me la sentivo di allontanarmi dalla famiglia”.  La Voglino non difese la cintura, scendendo nei gallo. Il 2 novembre 2025 a Roma ha fallito il tentativo, superata di misura dalla corregionale Anna Lisa Brozzi (7-4), 32 anni, pro dal 2019, che dopo quel successo non è più salita sul ring. Cristina l’avevo vista sul ring il 9 luglio 2025 a Milano, sconfitta dalla matura vigevanese Veronica Tosi (9-2), 38 anni e nel suo record sia il titolo italiano (2023) che l’europeo (2024), una guerriera che, in barba all’età, combatte con l’entusiasmo di una ventenne. Lo scorso maggio a Roma superando la romana Elisa Papa (6-1-1) fino ad allora imbattuta, l’ha sostituita nel ruolo di cosfidante all’europeo di categoria. Per quanto riguarda la Garganese, molto attiva sui siti on-line, purtroppo, non unisce una base tecnica adeguata, contro avversarie di buon livello, lasciandosi trasportare dal temperamento.                                                                                                                                                                                      

 Torniamo a Diletta Cipollone, partendo dal debutto sul ring. Qualche anno addietro l’intervistai, e ne venne fuori una storia emblematica di quanto la passione per la noble-art vada oltre ogni ostacolo. Confermando quanto la terra d’Abruzzo sia una fucina di campioni e guerrieri. A Ripa Teatina (Chieti) sono nati il padre di Rocky Marciano (Rocchegiani) e Rocky Mattioli. Riprendo quell’intervista come prefazione di un racconto che arriva fino ai giorni nostri.                                                                                                                                                 

  “Da ragazzina ero una peste, in perenne conflitto con tutti, al punto che a 16 anni, mia mamma mi portò in palestra per farmi sbollire questa esuberanza esplosiva. Con la boxe fu amore a prima vista. Il maestro Simone capì la mia voglia di scaricare le tensioni e fu abile a ricondurle nel modo giusto. Dopo la maturità a 18 anni mi arruolo volontaria nell’Esercito, per affrontare la vita da sola. Ubicata in Friuli, dove continuo ad allenarmi da sola, combatto ma pago la mancanza di una preparazione adeguata. Torno a casa e mi iscrivo al gym Di Giacomo, dove inizio ad allenarmi con più criterio. Come al solito, la mia fretta è una cattiva consigliera, ma le difficoltà mi stimolano più delle vittorie”.                                                        

Quando hai debuttato sul ring?                                                                                                                                                      

 “Il battesimo nel 2007 a 17 anni. Due stagioni dopo nel 2009, risultando fra le prime otto della categoria, mi presento a Roma agli assoluti con un record di 9 vittorie e tre sconfitte. Affronto la romana Paola Massagrande, che vincerà il torneo, bissando il titolo del 2006, oltre all’argento 2007 e 2008. Perdo ai punti”.                                                                         

  La vidi combattere nel 2010 a San Benedetto del Tronto. Magra come un’acciuga, allungo impressionante e molta velocità. Oltre che determinazione. Si capiva che aveva qualità. Vinse il primo match contro Giovanna Conti, perde in semifinale dalla più esperta e titolata Marzia Verrecchia, una romana dalla carriera infinita, iniziata nel 2007 e conclusa nel 2024, titolare agli europei e tornei internazionali. Comunque è il primo bronzo per Diletta. Nel 2011 si presenta a 64 kg. a Barge  (Cuneo) ed esce contro Monica Gentili, tredici anni più anziana, molto muscolata, passata pro nel 2014, attiva fino 2020 a 43 primavere. Nei 57 kg. vince la Verrecchia. A quel punto il c.t. Emanuele Renzini la convoca per i primi raduni azzurri. Inattiva nel 2012, per i primi guai alla mano destra, torna a combattere l’anno dopo.                                                                                                                                                                                      

“Nel 2013, vado agli assoluti di Padova da peso leggero. Categoria non mia per lo scarso allenamento. Debutto contro Romina Marenda, già campionessa nel 2009 e 2012. Mi batte nettamente e in finale vince il terzo titolo a spese di Alessia Mesiano, iridata 2016. Nonostante fossi rimasta ferma per molti mesi, allenandomi ad Assisi usando solo il sinistro, il c.t. Renzini mi fa debuttare in azzurro nel gennaio 2014, inserendomi nella squadra con Calabrese, Davide, Mesiano e Patti all’International Round Robin di Oslo nel torneo per nazioni. Batto la Losvik, coreana nazionalizzata norvegese, contro la finlandese Marjut Leusti, sono i giudici a darmi battuta. Il pubblico infatti fischia il verdetto. Ormai faccio parte della nazionale e questo mi riempie di orgoglio. Partecipo ai campionati assoluti a dicembre a Ostia, bene allenata con l’esperienza di un torneo internazionale e conquisto il mio primo scudetto tricolore. A quel punto mi sento di poter conquistare il mondo. Avendo realizzato il sogno di vestire l’azzurro. Oltre che essere allenata da maestri come Renzini, Caldarella e la Tosti, senza dimenticare il preparatore atletico Vittoriano Romanacci.

Mi sembrava di vivere sopra le nuvole. L’anno dopo a ottobre la squadra azzurra prende parte al Balkan Women di Sofia alla prima edizione. Io me la cavo molto bene, vincendolo. Quattro incontri e quattro vittorie. L’algerina Ouidad Sefouh, la vietnamita Nguyen Tam, la francese Delphine Mancini e in finale Desirè Galli, una romana. Vince anche la fortissima Calabrese. Il mese dopo i campionati nazionali si svolgono a Roseto degli Abruzzi, la mia regione. Faccio il bis per confermare il diritto di far parte di una nazionale fortissima, con la Calabrese, Davide, la Mesiano, la giovane Irma Testa che aveva 18 anni, la Alberti e la Severin. Il 2016 dovrebbe essere quello del grande sogno mondiale, visto che la mia categoria non rientra in quelle iscritte a Giochi di Rio.  Faccio parte della squadra che prenderà parte alla grande avventura iridata, fissata a maggio ad Astana la capitale del Kazakistan”.                                                                                                                                 

 Edizione decisamente straordinaria quella del 2016, con 60 nazioni al via e 285 atlete iscritte. L’Italia si presentava con ben tre prime teste di serie: Marzia Davide (51), Alessia Mesiano (57) e Valentina Alberti (64). Oltre a Valeria Calabrese (48), Irma Testa (60), Flavia Severin (81) e Diletta.  L’andamento generale non sorrise alle azzurre, che vennero eliminate prima di arrivare in zona podio. Tutte, ad eccezione della laziale di 24 anni Alessia Mesiano che militava nei 57 kg. e disputò un torneo perfetto. Battendo nell’ordine la Legget  (USA), la russa Kuleshova, una delle favorite, la bulgara Eliseeva e in finale l’indiana Lather. Per la prima volta un’italiana sulla vetta del mondo alla nona edizione iridata.  Ad Astana, ebbi modo di parlare a lungo con Diletta, sia prima che dopo l’infortunio alla mano destra, riportando l’impressione di una guerriera dal grande temperamento. L’infortunio fu una vera disdetta; considerata la prova superlativa contro l’irlandese Dervla Duffy e l’impegno successivo che prevedeva la francese Mancini, già battuta lo scorso agosto al torneo di Sofia. Quel match non si fece per ovvi motivi. L’infortunio gettò nella disperazione la Cipollone che vedeva sfumare la grande opportunità per traguardi importanti. Il suo sfogo è la fotografia di quel lungo periodo.                                                                                                                                                               

 “A quel punto inizia il mio inferno. Non ti dico le lacrime versate. Tornata in Italia mi operai subito e con il cuore a pezzi dalla delusione, ma ben lungi dalla resa. Iniziai un lungo periodo di cure riabilitative continuando ad allenarmi senza perdermi d'animo. Il c.t. Renzini visti i progressi mi riporta al Balkam Women di Sofia nell’agosto 2016, test importante in vista degli europei fissati a novembre sempre in Bulgaria nella capitale Sofia. Inizio alla grande superando, la fortissima bulgara Stanimina Petrova, titolare ai Giochi di Rio (2016), Tokyo (2021) e Parigi dove nei quarti venne fermata dalla cinese Yuan Chang, oro olimpionico. Oltre che europea nel 2023. Vittoria importante per ritrovare fiducia. Vinco anche il secondo incontro a spese della francese Mestiaen, centrando la finale contro l’ucraina nazionalizzata azera Alimardanova. Alla prima ripresa, dopo averla colpita col destro, sento un dolore acuto alla mano e capisco che i guai non sono finiti come mi auguravo, Sperando fosse un problema risolvibile con un po' di riposo. Purtroppo la radiografia conferma che la mano era di nuovo rotta e quindi da rioperare. Ricordo ancora il mal di testa di quel giorno e i pianti che mi sono fatta. Non volevo crederci. Purtroppo inizio un nuovo periodo della mia vita, una parentesi fondamentale, come se mi fossi staccata da tutto quello che avevo vissuto fino ad un secondo prima. Costretta a guardarmi dentro con occhi diversi, iniziando un percorso devastante di operazioni, visite, riabilitazioni sofferenze fisiche e non solo".                                                                                                       

A fine 2016 sei entrata nelle Fiamme Azzurre. Un bel traguardo.                                                                                                

Entrare nel Gruppo sportivo Fiamme Azzurre, dato che avevo partecipato al concorso qualche mese prima, fu l’unica e grande gioia di in anno tremendo. Loro hanno avuto un ruolo fondamentale e di reale supporto in questo periodo che mi ha vista lontana dal ring. Quando la mia testa ha subito alti e bassi, pianti e sconforti, mi sono venuti a cercare puntuali e, proprio grazie a loro, ho avuto modo di misurare la mia forza emotiva, di crescere come persona, di maturare dentro di me una nuova energia attraverso l'accettazione della realtà, non disperarsi, ma continuare ad allenare la mente al dolore, al sacrificio, alla consapevolezza che i problemi non esistono dal momento in cui hai la possibilità e la forza per trovare le soluzioni. Ho iniziato un viaggio interiore che mi avvicina sempre di più a me stessa, sempre più padrona del mio viaggio, le mani salde sul timone della mia barca. Col mare calmo è facile navigare, la classe si vede sotto la tempesta. Forzatamente in questo periodo mi sono allontanata dall’attività della squadra, quindi dalla Nazionale, mantenendo i rapporti con le compagne e facendo sempre il tifo per loro. Impedita dallo svolgere attività agonistica, mi sono interessata alla mia guarigione fisica e non.

Avevo un bisogno immenso di cure che ancora oggi sto facendo. Per troppo tempo mi sono allenata in condizioni fisiche poco adatte quindi ho approfittato di questo periodo di stop per dedicarmi alla mia salute in senso assoluto. Ho sentito il bisogno di fare chiarezza nel mio corpo e nella mia testa. In questo periodo devastante ho avuto modo di capire chi sono io e chi mi è stato vicino. Sento di dover ringraziare tutte le persone che ho incontrato nel mio cammino pugilistico, tutti nessuno escluso.  indistintamente per svariati motivi mi hanno arricchita pugilisticamente e personalmente! ma il grazie più sentito lo devo a quelle persone che in questo ultimo anno mi hanno vista piangere dai dolori durante gli allenamenti le terapie nei momenti di sconforto e delusione, ma che hanno allo stesso tempo gioito e sorriso con me per i piccoli progressi quotidiani, e solo noi sappiamo quante paure e quanti sacrifici! quindi grazie al mio gruppo sportivo Fiamme Azzurre  che mi ha permesso di guarire aiutandomi e supportandomi nelle cure, grazie Maestro Giuseppe Foglia per la tua umanità e l’affetto, grazie ispettore Capo Augusto

Onori per la tua professionalità e la vicinanza, grazie a Simone di Marco per la collaborazione e presenza imprescindibile e grazie infinite al preparatore atletico Vittoriano Romanacci, maestro di vita e di sport, punto di riferimento vitale per me. Grazie al dottor Tamburo e tutti i suoi collaboratori per le cure e la pazienza. Un grazie infinito alla mia famiglia che da sempre prova a starmi vicina nonostante il mio carattere intrattabile. Non posso dimenticare la stima per le atlete più grandi che avevamo in squadra: Terry Gordini, Marzia Davide e in ultimo ma con maggiore rilevanza Valeria Calabrese con la quale ho legato da subito e costruito un'amicizia reale e solida. Oltre e Sara Corazza molto più di un’amica. Una compagna che mi ha sempre aiutata a resistere alle avversità di un destino veramente crudele. Sono loro le persone con le quali riprendo il mio cammino, i miei sogni e le mie aspettative! Un grazie anche a me stessa che non ho mai pensato di mollare. Mai! Riparte da qui il mio viaggio alla ricerca di me stessa sognando Tokyo 2020 e non solo”.                                                                                                                                                                                                            

Diletta ha davvero lottato come una grande guerriera, lungo questi anni, alternando momenti di speranza ad altri di delusione, alla ricerca della cura giusta. Purtroppo, dopo i guai alla mano, iniziarono problemi vari che l’hanno tenuta lontano dal ring per anni.                                                                                                                                                                    

Nel 2019 viene convocata ad Assisi, riprende gli allenamenti per l’ennesima volta, ma deve arrendersi all’evidenza negativa di una ricaduta. Cancellando anche l’ultima speranza di poter aspirare a rappresentare l’Italia ai Giochi di Tokyo.                                                                                                                                                  

Diletta ha sopportato anche quella tegola, puntando all’altro desiderio che aveva espresso anni addietro. Passare professionista per tentare una nuova carriera e raggiungere quei traguardi, venuti meno in passato. Il 18 novembre 2022 a Savignano sul Rubicone, nella serata allestita dal OPI 82 della famiglia Cherchi, imperniata sul tentativo riuscito di Matteo Signani a riconquistare l’europeo medi, perduto in Francia contro Anderson Prestot, per Diletta è il primo capitolo di una nuova storia, come sempre non facile.                                            

“Per avere il nulla osta a passare pro, dovevo disputare un incontro, dopo la lunga sosta, per dimostrare l’idoneità all’agonismo. Organizziamo il match a ottobre a Bologna, ma all’ultimo momento l’avversaria avvisa di non poter combattere. Mi salva Erika Montalbini, disponibile al confronto, che ringrazio”.                                     

Da pro hai combattuto col contagocce. Soste prolungate. Dall’esordio alla sfida tricolore solo quattro incontri. Il motivo?                                                                                                                                                            

 “Due in particolare. Il primo riguarda la situazione di famiglia. Con papà che ha bisogno di assistenza quotidiana e la difficoltà ad allenarmi, visto che a Pescara non ho sparring. Per anni ho fatto la pendolare, andando a Roma, nella palestra del maestro Agnuzzi. Essendo poi in servizio a Rimini, non è facile far collimare il tutto. Per allenarmi a Roma ho chiesto permessi e consumato e ferie. Tutto ciò per la passione della boxe. L’ultimo match prima della sfida tricolore, il 22 novembre 2025 a Tivoli, è stato decisamente tosto contro la lombarda Jessica Bellusci, una guerriera indomabile. Per batterla ho dovuto dare proprio tutto. Fuori dal ring è una ragazza deliziosa, tranquilla e gentile. Poi ho dovuto aspettare un anno e mezzo per arrivare all’incontro tricolore. Ho chiesto il trasferimento a Roma, soluzione che risolverebbe il problema dei viaggi per allenarmi. Sono in fiduciosa attesa. E qui apro una parentesi che riguarda il maestro Eugenio Agnuzzi. Se non fosse stato per la sua disponibilità e anche il suo affetto, al punto che lo posso definire un padre, la mia carriera da pro, sarebbe già finita da tempo. Mi allena da tre anni, nella mitica palestra del Quarticciolo, dove si respira aria di speranza. Sempre. L’energia che sprigiona quel gym fa miracoli. Quando mi alleno mi sento felice e realizzata. Agnuzzi è stato un maestro all’angolo e nella vita. Questo gli dovevo e ti ringrazio per averlo riportato nell’intervista”.                                                             

Dopo avervi raccontato il percorso di questa straordinaria campionessa, perché Diletta lo è, nel termine più completo, capirete perché il 27 giugno 2026 a Mesagne nel brindisino, seguendo la sfida tricolore, ho inconsciamente fatto il tifo per lei. Non solo. Anche se ha varcato le 36 primavere, sono certo che punterà all’europeo. Sognare costa poco e Diletta questo sogno, merita ampiamente di realizzarlo.

Giuliano Orlando