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Scudetto Juve: questa è la storia di un Conte bianconero

Pubblicato il 6 maggio 2012 alle 23:00:39
Categoria: Serie A
Autore: Piergiuseppe Pinto

Era l’estate del 2011 quando Antonio Conte si presentò in conferenza stampa a Bardonecchia, sede del ritiro della Juventus, senza un briciolo di voce. Aveva già urlato troppo, fin dal primo allenamento. Ha continuato a farlo per tutto il resto della stagione, animandosi come il Diavolo a cui ha piegato le corna e con il quale non ha mancato di punzecchiarsi di continuo. Perché Conte non è solo l’allenatore capace di vincere uno scudetto alla prima sulla panchina bianconera; come Marcello Lippi, come Giovanni Trapattoni. E di portarsi a casa un titolo su cui su cui nessuno o quasi avrebbe puntato alla vigilia; proprio come Lippi nel ’95 e il Trap nel ’77. Conte contiene in sé l’essenza stessa della Juventus, fatta di bianco e nero: vincente, antipatica, mai doma.

Da giocatore con questa maglia, in 13 anni di luccicante carriera, ha sollevato ogni tipo di trofeo. Il suo arrivo sulla panchina è stata una vera e propria acclamazione dei tifosi, insofferenti dopo le umiliazioni degli ultimi due anni, conclusi entrambi al settimo posto. Scelte come queste sono rischiose: il cuore non sempre va di pari passo con l’esperienza e le affidabilità tecnica. Ma Andrea Agnelli ha puntato su un allenatore di “fame”, più che di sostanza. Certo, ottenere due promozioni dalla B alla A non è cosa da tutti (il leccese ha guidato i ritorni nella massima serie di Bari e Siena), ma essere al comando della Vecchia Signora è tutta un’altra storia.

Lo sanno bene i suoi ultimi predecessori, da Ferrara a Zaccheroni passando per Delneri, tutti schiacciati da una responsabilità più grande di loro. Conte ha scelto una strada diversa: quella del “low profile” sulle ambizioni scudetto, della grinta, dell’attacco. Ha puntato su un undici titolare e – aiutato dall’assenza delle Coppe – lo ha coltivato fino a farlo divenire imbattibile (37 gare senza neanche un ko). Ha trasformato il suo irrinunciabile 4-2-4 in un 4-3-3, fino all’evoluzione del 3-5-2 che lo ha riportato a guidare la classifica davanti a tutti. Ha condotto il mercato e – soprattutto – lo spogliatoio. Con il coraggio di lasciare fuori squadra gente come Krasic (il migliore dello scorso anno), Elia (tra gli acquisti più onerosi dell’estate), Amauri (poi decisivo una volta spedito a Firenze nella sfida con il Milan), il trio Toni-Grosso-Iaquinta (datati ma comunque Campioni del Mondo) e persino l’intoccabile bandiera Del Piero (salvo scongelarlo al momento più opportuno, venendo ripagato come neanche poteva sognare).

Insomma, il carattere non manca. Ma in casa bianconera “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” (Boniperti docet) e quindi senza i tre punti il popolo del nuovo stadio difficilmente avrebbe alimentato l’idillio col nuovo tecnico. A metà stagione, pur senza perdere mai, qualche pareggio di troppo con le “piccole” gli è costato addirittura qualche fischio. Conte ha tolto le dita dalla bocca di chi siede sugli spalti e li ha costretti a tornare ad applaudire; piegando "squadrette" come Inter, Napoli, Lazio e Roma. Vincente è vincente.

Si arriva così spediti al più comune dei contrappassi di chi esulta: quella di crearsi nemici e antipatie. Conte ha mezza Italia, quella bianconera, che lo venera e l’altra metà che non lo tollera. Si sono attaccati alla miracolosa ricrescita dei capelli, alle polemiche con gli arbitri, alle ombre gettate su di lui – per il momento soltanto per omessa denuncia, comunque tutta da appurare – nello scandalo del calcioscommesse. Ma da vero juventino, nella polemica si è esaltato. Ha replicato a Boniek in diretta tv, polemizzato ogni fine settimana con Allegri, strigliato direttori di gara già al termine della prima di campionato con il Parma, paragonato la sua Juve al Verona del ’85 (?). Un po’ troppo Mourinho, quando quel modello resta forse inimitabile, ma alla fine tra le parole ha saputo piazzare i fatti. Antipatico e imbattuto, gli va benissimo così.

Infine, mai domo. Già, perché bisogna dirlo: la rosa della Juventus sulla carta – a detta di tutti i professoroni del pallone a inizio campionato – non era all’altezza di quella del Milan. Non era, appunto, perché le sorprese non sono mancate. Mentre a Milanello si perdevano Pato, Gattuso, Cassano and company, a Torino Pirlo giocava la miglior stagione degli ultimi anni, sfioriva Vidal e il duo Marchisio-Vucinic illuminava le maxi sfide con i rossoneri e con l’Inter. Mai doma perché quando il treno sembrava ormai perso, a meno sette per due volte (con una gara in meno) dopo lo scontro diretto macchiato dal gol di Muntari, non ha mollato. Conte si è messo in scia, guidando sicuro la sua ciurma e attendendo solo la prima sbandata di chi era davanti. E’ arrivata, grazie all'ex Amauri, e chi inseguiva non ha sbagliato.

Roba da Juve. Quella che vince, antipatica, quella che archivia i sei anni più brutti della sua storia. Dopo tribunali e ricorsi, Conte chiude il cassetto dei brutti ricordi con l’unica chiave possibile: lo scudetto.