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“Mi dispiace dirlo, ma non ho la stessa grinta che avevo prima e mi divertivo di più alcuni anni fa”. Con queste dichiarazioni, rilasciate dal ritiro della Nazionale svedese, Zlatan Ibrahimovic ha trovato il modo di accendere discussioni e polemiche anche nel momento in cui la serie A osserva una pausa a causa degli impegni delle Nazionali. Il giocatore fa sempre parlare di sé, sia per quello che riesce a fare in campo, sia per quello che dice quando non gioca. Tu lo vorresti nella tua squadra o ne faresti a meno? Datasport l’ha chiesto a due suoi giornalisti: lo scontro è stato totale. Tu da che parte stai?
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IBRAHIMOVIC, PERCHE' NO
di Andrea Costarelli
In questo difficile avvio di stagione, il Milan ha mostrato una necessità disperata di appoggiarsi all'ex centravanti del Barcellona. Ma lui è sparito domenica sera contro la Juventus e ha deciso di impreziosire la sua pessima prestazione con dichiarazioni che neanche campioni con la pancia piena del calibro dei vari Messi e Iniesta si sognerebbero mai di fare. La domanda da porsi è sempre la solita: Ibrahimovic è un fuoriclasse o un ottimo calciatore? I numeri e il deserto dei successi internazionali nel suo palmares pendono in maniera inequivocabile verso la seconda ipotesi. Mentre l'impoverimento tecnico della Serie A, l'ex campionato più bello del mondo, dà - purtroppo - manforte alla tesi di chi lo ritiene un fuoriclasse, in grado di invertire gli equilibri a proprio piacimento.
Le dichiarazioni rilasciate dal ritiro della Svezia assomigliano in maniera preoccupante a quelle dell'anno scorso: “Il Milan non è ancora pronto per vincere a livello internazionale”. Sembra, quello di Ibra, un tentativo di mettere le mani avanti, di giustificarsi ancora prima di disputare le battaglie di Champions. Se pensa di offrire al popolo rossonero altre pessime prestazioni come capitò contro Real Madrid e Tottenham, è inutile cercare scuse con ampio anticipo. Il giochino non funziona più: 3 reti in 22 scontri diretti nel torneo più importante d'Europa sono un tatuaggio sulla pelle impossibile da cancellare e difficile da nascondere. Ci sono però anche buone notizie sotto il cielo dello svedese e dei suoi estimatori (ottimisti di prima categoria): ora il cammino del Milan è costellato di avversari del rango di Bate Borisov, Viktoria Plzen in Europa; Lecce, Parma e Catania in campionato. Tutte squadre alle quali Ibrahimovic può fare male. Il vero banco di prova sarà il prossimo impegno con avversari dal nome più altisonante. Nell'attesa che l'asticella si alzi e che torni il momento di chiedersi se davvero il Milan ha bisogno dello svedese o se, invece, per tornare agli antichi fasti europei dovrà affidarsi a qualcun altro.
IBRAHIMOVIC, PERCHE' SI’
di Nicola Bambini
L'addio dello svedese creerebbe grossi problemi ad Allegri, e ancor più grossi alla società, obbligata a rimpiazzarlo in maniera adeguata. Compito non facile viste le qualità di Zlatan: una tecnica sopraffina abbinata ad un fisico da corazziere. La squadra gioca per lui, e lui gioca per la squadra: parte centralmente per poi svariare su tutto il fronte d'attacco, attirando su di sé le difese avversarie e creando spazi dove i suoi compagni hanno modo di inserirsi e sfruttare l'altra grande arma a disposizione dello svedese, l'assist. Boateng è stato tra i primi a capire quando e come buttarsi negli spazi creati da Ibra, seguito a ruota dal guizzante Robinho. Assist e gol, tanti, in campionati diversi: 21 le reti realizzate complessivamente l'anno scorso con la maglia del Milan, lo stesso bottino realizzato nella sua stagione al Barcellona, definita da tutti quella più buia.
Quell'aria presuntuosa e svogliata, che lo rende antipatico ai più, è solo una maschera che cela “umane" difficoltà: fragilità psicologica, emozione da grandi palcoscenici verrebbe da dire, seppur possa apparire paradossale per un campione come lui. Ibra in molte sfide decisive latita ma questo non deve trarre in inganno, la forza del campione di Malmo è sotto gli occhi di tutti, confermata da statistiche pazzesche: 9 campionati vinti sui 10 disputati lontano dalla Svezia, 8 dei quali consecutivi.
Non può essere un caso. La verità è che Ibra porta negli spogliatoi una mentalità vincente, dà l'esempio e la sua pigrizia è solo apparente: ha voglia di correre, è tra i primissimi in qualsiasi test fisico, sgobba e lavora come, se non più, di tutti gli altri. E' arrivato l'estate scorsa, a prezzo di saldo, in un Milan in evidente declino e l'ha trascinato subito alla conquista del tricolore, titolo che mancava da sette anni. Le sue grandi spalle ammortizzano le violenti critiche che gli piovono addosso al termine di ogni opaca prestazione. Da lui si aspettano tutti giocate illuminanti, ed è giusto così, ma una cosa è certa: se veramente Ibra dovesse abbandonare il calcio, e di conseguenza il Milan, si preannuncerebbero tempi bui per il club di via Turati.
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