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Siamo reduci da una buona campagna europea. Tre vittorie (Inter-Napoli-Milan) e un pareggio (l’Udinese senza Di Natale). Non accadeva da tempo. Se non fosse stata per l’incompiuta Lazio (ma cosa ha sbagliato Konko?), avremmo chiuso l’intera pratica con un sorriso completo. E magari con la convinzione che non ci prenderanno sempre a sberle. La Champions ha detto una cosa, fondamentale: il Milan senza Ibrahimovic non ci può proprio stare. Magari si adatta, si arrampica, cerca di mascherare le rughe come una bella signora cinquantenne. Ma se Zlatan è in campo, cambia tutto.
Prendiamo il Milan di Napoli, orfano di Zlatan: un’invenzione di Cassano per la testa di Aquilani, il vantaggio che aveva illuso. Poi il crollo improvviso e un secondo tempo anonimo. Ibrahimovic non c’era, il Milan è stato schiaffeggiato e non ha trovato qualcuno in grado di prenderlo per mano e di impostare una pur minima reazione. Non è una storia da sottovalutare: quando vedi il mare in tempesta, e non hai il comandante che ti aiuta ad attraversarlo, le complicazioni aumentano. Lasciamo perdere lo spessore dell’avversario di mercoledì scorso in Champions, di sicuro non elevato. Ma il Milan se l’è cavata subito infilando la scorciatoia migliore: palla a Ibra, feeling con Cassano, delizie su delizie, pericoli su pericoli. Chi sostiene l’esatto contrario, ovvero che il Milan non sia Ibra-dipendente, porta avanti una tesi smontata dai fatti. E forse per questo motivo, chissà, Galliani ha evitato di prendere un sostituto naturale. Probabilmente immaginava che trovare un semplice vice sarebbe stato difficile. E non si è attivato.
Ibra è una sentenza. Anche per la Juve, stasera. Certo, non è il caso di parlare di bivio in arrivo, di “dentro o fuori”, oppure di banalità del genere. E’ appena scivolato settembre, c’è parecchia strada davanti. Però non ci sono dubbi su un particolare: la Juve è un cantiere ancora aperto, ha fatto cose buone e meno buone. Conte deve trovare gli esterni e magari rimpiange il fatto che Elia, Estigarribia e Giaccherini siano arrivati quasi sul filo di lana. L'allenatore vuole che la Juve gli assomigli sempre più. E metterà sul tavolo qualsiasi energia, fisica e mentale, pur di andare a dama. Ibra per la Juve è un tormento e uno stimolo: batterlo significherebbe staccare un tagliando, almeno mezzo, sulla strada della definitiva competitività.