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Il calcio, la grande passione fin da bambini che dovrebbe trasformarsi in un sogno stupendo. Purtroppo la realtà attuale lo rende un gioco crudele. Sistema da riformare – Giulio Mola – Piccoli calciatori Grandi Sogni – Diarkos Editore - Pag. 278 – Euro 16.00.
di Giuliano Orlando
Premetto e ammetto che pur seguendo da oltre mezzo secolo lo sport, nella mia professione di giornalista, il calcio non è al vertice delle preferenze. Da sempre mi interessano principalmente le discipline sportive dove il singolo atleta è protagonista. Tra gli sport di squadra volley e rugby mi assicurano più emozioni. Detto questo, il libro di Giulio Mola lo reputo una denuncia di tale importanza da avermi portato a leggerlo fino all’ultima pagina. Intanto, ho apprezzato la passione di questo collega e genitore, nel raccontare con dovizia di particolari, chi sogna come migliaia di padri e anche mamme, un futuro dei propri pargoletti sulla scia dei vari, Ronaldo e Messi parlando al maschile. Sul piano logico, per far crescere gli aspiranti calciatori e non dico campioni, l’opportunità più diretta è oggi la “scuola di calcio”, l’erede diretta dell’antico vivaio, che fino agli anni ’80 rappresentava la culla per scoprire non solo il talento ovvero l’eccezione, ma assicurare continuità a livello giovanile del gioco più popolare d’Italia.
A memoria ricordo la Triestina, l’Atalanta in particolare, ma la convergenza regionale indicava il Veneto, l’Emilia e la Lombardia come capifila. Certo, da quegli anni ad oggi il calcio ha cambiato faccia e costumi, interessi e quindi investimenti. Gli stipendi ai calcatori sono saliti forse eccessivamente, i fuoriclasse hanno introiti stellari, sopportabili solo da società capaci di supporti finanziari quasi tutti provenienti dai nuovi ricchi. Fino a qualche anno addietro targati russi, poi sono arrivati cinesi, emiri e le cosiddette “finanziarie” che hanno il vantaggio essere figlie di padri sconosciuti, almeno in apparenza. In mezzo a questa evoluzione mostruosa, l’Italia ha cercato la difesa nelle scuole calcio, che come principio dovrebbero rappresentare l’ideale antidoto per la riproduzione. Purchè all’interno la scuola percorra la strada dell’insegnamento e della crescita dei bambini non solo tirando calci, ma maturandoli per farli diventare adulti, anche e soprattutto fuori dal rettangolo verde.
Esattamente come a scuola dove un buon maestro guida la classe e la fa crescere non solo insegnando i verbi e le addizioni, ma cercando di renderla un corpo unico, dove il rapporto dei ragazzi rispecchi la parità dei valori. E qui arrivo al tema del libro, che non è tanto ironico quanto realista e drammatico. Quando un ragazzino viene escluso dal gruppo, si compie un dramma le cui conseguenze non hanno limiti di tempo. Perché questo accade, in un contesto dove si dovrebbe operare all’insegna del gioco e non dell’agonismo che diventa il vettore principale? Qui iniziano le responsabilità. Dai tecnici-insegnanti ai genitori che considerano il figlio un predestinato e un investimento futuro prossimo. Non tutti sono così. Ci mancherebbe altro. Ma la catena di montaggio sta macinando e mangiando le buone intenzioni. Nonostante i costi spesso eccessivi, le scuole calcio, di cui l’Italia detiene il record, da anni producono poco o nulla. La linea della Federcalcio finge di ignorare la situazione, intervenendo quando il fallimento e conclamato, da tempo interessata a rendere il vertice un potere politico.
Quanto accade alla nostra nazionale dovrebbe far riflettere e non poco. Da tre edizioni l’Italia è esclusa dalla fase finale. Non per sfortuna ma per la reale modestia, si fa per dire, dei nostri migliori, i cosiddetti azzurri. Sempre meno interessati a vestire la maglia della nazionale. Il libro apre una scacchiera a tutto campo, denunciando ogni possibile situazione. Dal papà tifoso, a quello più apprensivo. Lo spirito di gruppo e quello settoriale, dove ci sono genitori che strillano come invasati, calciatori in erba che crescono e quelli che vengono fermati da giudizi feroci delle scuole che non insegnano il gioco come passatempo, ma il calcio come competizione dove solo i migliori emergono e gli altri scompaiono. Ci sono i nonni che soffrono o gioiscono in silenzio. Non mancano neppure le combine, forse l’aspetto più vergognoso, quando a farlo sono tecnici che hanno in mano ragazzini, vittime incolpevoli. Poi, i procuratori, soggetti in questo caso da definire una lebbra. La disamica dell’autore non risparmia nessuno.
Scelta responsabile e coraggiosa, che dovrebbe trovare attenzione proprio nelle scuole di calcio. Non tutte colpevoli, ma comunque raramente trasparenti in ogni dettaglio. L’appendice è il riassunto del libro, attraverso tre lettere di genitori che affrontano temi diversi, ma che alla fine arrivano sempre alle stesse conclusioni. Il calcio di casa nostra sta sbagliando strada. Peggio, non ne percorre nessuna. Se nel 2026, sei costretto a ricostruire una nazionale di sana pianta, con i ragazzi sotto i vent’anni. Significa che per decenni hai solo consumato ed eroso, senza produrre nulla. La rivoluzione, non è un gesto di coraggio, ma di disperazione. Vittorio Pozzo, si sta rivoltandosi nella tomba. Per chi ignora chi sia stato, chieda informazione ai nonni. L’autore ha ringraziato un vero esercito di amici che lo hanno aiutato in qualche modo a scrivere questa denuncia. Io mi limito ad augurargli di trovare molti lettori. Ovvero, che il seme gettato possa far germogliare le pianticelle giuste e, sotto l’arido asfalto attuale, si aprano squarci di buona volontà.
Giuliano Orlando