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La storia di Giordana Sorrentino. Sognava i pattini si è svegliata con i guantoni.

Pubblicato il 3 febbraio 2026 alle 09:02
Categoria: Boxe
Autore: Wilma Gagliardi

 

La storia di Giordana Sorrentino. Sognava i pattini si è svegliata con i guantoni.

Tokyo e Parigi luci e ombre. Orgogliosa della divisa da carabiniera. A Caivano realizza un progetto per togliere i ragazzi dalla strada.

di Giuliano Orlando

Al destino non si sfugge. Sognava di diventare una grande pattinatrice a rotelle, si è svegliata indossando i guantoni, della noble art. Come poteva essere diverso per Giordana Sorrentino, col padre, un fratello e un cugino dediti a tirare pugni alla Lanciano Sordini Boxe Fiumicino. Vado a spulciare nei ricordi di questa guerriera, che ricorda la spontanea affermazione paterna.  “La prima volta che mi vide con i guantoni, brevilinea e robusta. Pesavo 15 chili più di adesso. Andavo avanti invece di indietreggiare. Mi disse che assomigliavo ad un Caterpillar”. Previsione diventata una realtà assoluta. Nulla nasce per caso. Giordana non è cresciuta col cellulare in mano. Fiumicino non è solo l’aeroporto, ma case popolari e viuzze strette, dove la luce filtra a fatica, mentre la polvere della strada è la costante quotidiana. Col fratello Michael è in simbiosi totale, i 19 mesi di differenza solo una sfumatura, i caratteri diversi il collante magico. Usando gli stessi vestiti, creandosi un mondo fatto di complicità assoluta. Poi la svolta. “Improvvisamente, i jeans e le magliette di prima non mi stavano più bene addosso. Il mio corpo inizia a cambiare, ma facevo fatica ad accettare il fatto che stessi diventando donna, con tutte le curve che spuntavano inesorabilmente mese dopo mese. Ti trovi addosso un nuovo profilo e il metabolismo che ti rallenta e porta via la spensieratezza”.  

La crescita è un percorso ad ostacoli, dove le barriere sono anche nel cervello, ma non solo. Tu come sei cresciuta?                                   

“Quando nacque mia sorellina Ginevra, la terza della nidiata Sorrentino - più avanti arriverà anche Manuel che oggi ha 13 anni - mamma e papà lavoravano, ma non serviva la baby sitter. Avevo otto anni e me ne occupai io, ritenendola l’unica soluzione possibile, una mia scelta, libera e convinta Sono fatta così e miei genitori sapevano di potersi fidare. Questa determinazione è sempre stata la mia costante, il mio mantra. La prima forma di indipendenza che stava formando il mio attuale carattere. Il primo squarcio del domani”.                                                                                                                                                                

Il passaggio dal pattinaggio ai guantoni, fu voluto o casuale?                                                                                                                                            

“A 14 anni ero timida e indipendente. Trovavo le mie coetanee noiose, tanto che le evitavo. Stavo diventando rotonda e vista la statura non da pivot, capii che dovevo trovare l’antidoto per scendere di peso. Mi piaceva il calcio, ma non era per me. Mai avrei praticato uno sport di squadra. L’attore dovevo essere io e basta. Il pattinaggio a rotelle mi sembrò adatto alle mie aspettative. Stava andando tutto bene, quando un ruzzolone mi cancellò quei sogni che volavano nella mia testa. Verdetto crudele, rotula fracassata e quei pattini finirono in soffitta, ricoprendosi di polvere”.                                                                                                                                                          

Non sei ancora arrivata al pugilato. Come andò?                                                                                                                 

“Ritrovarsi in casa tra noia e tivù, significava che si riaffacciava il problema del peso. Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Quell’immagine mi inorridiva. Un giorno andai nella palestra dove si allenava Michael, per tornare a specchiarmi, non altro. L’inizio per “fare la pugile”, arrivò senza quasi accorgermene. A passi felpati, giorno dopo giorno. Ripresi a guardarmi allo specchio, senza girarmi dall’altra parte. Ma era solo un inizio. Cominciavo a volermi bene a capirmi, arrivavano i muscoli e questo mi gratificava. Costruivo i pezzetti di me stessa, Non che fossi sempre soddisfatta, a volte vincevo altre volte perdevo. Anche col peso cercavo di ragionare per sentirmi atleta”.                                                                                                                              

C’è una parentesi nel tuo percorso che va incorniciata, riguarda l’idea resa concreta di coinvolgere a Caivano, terra difficile, il riscatto attraverso la boxe di chi è in difficoltà.

“Era la fine del 2018 quando mi chiamarono per informarmi che la mia domanda per entrare nei carabinieri era stata accettata. La gioia più grande, emozione infinita, un onore di cui vado fiera. Fin da bambina sognavo di indossare la divisa. Nel 2024 col grande supporto mio Comandante, il Maresciallo Giovanni Scalas, abbiamo operato a Caivano, cominciato a togliere le ragazze e i ragazzi dalla strada, cercando di fargli capire che lo sport non è solo uno stile di vita, ma che soprattutto ti può cambiare la vita. In quel momento ho realizzato che anche nei quartieri più difficili lo sport può realmente operare il cambiamento, creando un baluardo di legalità. Perché, oltre alle parole, che sentiamo spesso, su quanto lo sport possa essere d’aiuto, ci sono anche i fatti. Un avamposto voluto dall’Arma dei Carabinieri che mette in prima linea i propri atleti diventando un aggancio verso la legalità”.

I momenti di relax della carabiniera Sorrentino?

“Non sono molti per la verità, in particolare quando torno a casa, il mio rifugio splendido. Con mio padre Mario primo fans, mamma Giada consulente molto riflessiva… e con i miei fratelli, formiamo un blocco omogeneo, una cosa sola. Mi piacciono i film d’azione soprattutto “Million Dollar Baby,” ispirato ovviamente a quello che è diventato il mio mondo. Ogni volta che lo rivedo mi emoziono. Amo anche le passeggiate con la famiglia allargata compresi i cugini. In quei momenti rifletto e ammetto di essere stata fortunata”.

Entri in palestra a 15 anni, l’anno dopo centri l’argento ai tricolori jr. a Pisa e nel 2017 conquisti il titolo tra le youth a Chieti nei 50 kg. Da quel momento la nazionale è la tua nuova casa. Da chi venisti convocata?

“Da Emanuele Renzini, il responsabile della nazionale sia ai Giochi di Tokyo che a Parigi, col quale ho sempre avuto un rapporto ottimo. Nel 2017 mi portò ai mondiali youth in India a 57 kg., spiegandomi che dovevano servirmi per fare esperienza. Persi all’esordio contro la scozzese Glove che aveva il triplo dei miei sette incontri. Infatti la sconfitta mi servì a farmi crescere. Nell’aprile 2018 a Roseto degli Abruzzi, dopo aver superato la lettone Marcenko, incrocio la slovacca Jessica Triebelova, ovvero colei che vincerà il titolo. Per la sottoscritta e molti altri, quel match l’avevo vinto io.  Ai mondiali di agosto, dopo aver battuto la forte mongola Dalgirkhangai, cedo alla Aquino (Usa) con l’ennesimo verdetto a maggioranza. Chiudo l’intensa stagione vincendo il primo tricolore assoluto a Pescara. Ritengo che abbia creduto nelle mie qualità e io mi fidavo di lui. Da parte mia mi sono sempre allenata con serietà e questo lo apprezzava molto. Mentre al centro sportivo dei carabinieri a Napoli mi allena da tempo Riccardo D’Andrea, ruolo mantenuto anche dopo il passaggio al professionismo”.                                                                                                                                               

A Pescara, in finale la Charaabi finì KO nel secondo round. Dall’angolo il suo allenatore Perugino, protestò vivamente, perché a suo giudizio l’avevi colpita irregolarmente. Da quel successo iniziò anche la tua carriera di vertice.

“Il video dimostrò che l’azione era corretta. Sono stata l’unica che ha messo KO la Charaabi, che poi vinse l’argento mondiale nel 2023 e il bronzo la scorsa stagione. L’anno dopo nel 2019 chiudo una stagione in chiaro scuro a Roma col bis tricolore, scendendo nei 54 kg. stufa di avere avversarie che mi sovrastavano in altezza e allungo. Purtroppo non potei evitare la Huang, la giraffa di Taipei, che in ottobre mi eliminò ai mondiali di Ulan Ude una cittadina russa in Siberia, sperduta nel nulla, dove di gigantesco c’è solo la testa di Lenin, di una grandezza impressionante. Debuttai bene, battendo la giapponese Hamamoto, ma al secondo turno trovo la Huang che non solo mi batte, ma vince l’oro iridato. Poca fortuna anche ai mondiali militari disputati a Wuhan in Cina, sempre in ottobre, debutto bene contro la mongola Nergui, ma cedo alla russa Sagataeva, alla quale l’arbitro permise ogni scorrettezza”.                                                                                                                 

Aggiungo una curiosità sulla russa Sayana Sagataeva, dieci anni più anziana di te. Ha perso quattro finali nazionali (2016, ’17, ‘18 e ‘19) terza nel 2015. Se questo ti può consolare, non vinse neppure quel mondiale in Cina, battuta dalla locale Liu Chin.                                                                                                               

Due presenze olimpiche, poco fortunate. In particolare a Tokyo contro la Huang. A Parigi eri al meglio? La mia impressione è che la condizione atletica fosse modesta. Due bronzi europei, potevi fare meglio?

“A Parigi tutti ed io per prima, pretendevamo di più. Non c’è stato alcun tipo di problema sulla preparazione atletica, non si poteva fare meglio. La verità che in pochi sanno è che in aprile subì una frattura composta alla mano sinistra, incidente banale fuori dalla palestra. Che mi ha condizionato per diversi mesi, costretta a non fare i guanti, chi conosce i tempi della preparazione, sa cosa significa saltare le sedute con gli sparring.  Poi nel match a Parigi ho perso con la kazaka Kyzaibay, una carriera ultra decennale, sul podio ai mondiali, giunta al bronzo. Avversaria valida più volte medagliata mondiale, partii bene ma il suo mestiere al limite della correttezza, mai rilevato dall’arbitro mi destabilizzò facendomi innervosire. Non certo la situazione migliore per rompere il ghiaccio”.

Hai subito otto verdetti negativi a maggioranza. Quale è stato quello più ingiusto o ce ne sono diversi?

“Al mondiale di Istanbul nel 2022, dopo aver battuto l’egiziana Mohamed e la quotata irlandese Fryrs arrivo nei quarti, affronto l’uzbeka Yokubova e sento di averla battuta, ma quattro giudici ritengono il contrario, togliendoti il podio, è una di quelle cose che realmente ti fanno mordere le mani. Purtroppo a me è successo più di una volta. Nel 2018 a Roseto degli Abruzzi, ai quarti di finale degli europei youth non avevo perso contro la slovacca, stesso discorso ai mondiali di categoria a Budapest, contro la Aquino (USA). Non avevo perso ai mondiali 2022 in Turchia. Arrivi al terzo combattimento ai quarti di finale e ti candidi per una medaglia e qualcosa non si incastra… non ho mai fatto proclami o propagande su giornali e social, ma sono quelle cose che ti logorano dentro. Convinci te stessa che la prossima volta andrà meglio che sarai più determinata e non lascerai più dubbi, e se succede ancora? Vai avanti perché è questo che sappiamo fare noi pugili, ma quelle cicatrici logorano dentro”.

In tanti anni di ring sicuramente ci sono momenti particolari, che restano impressi nella memoria.                                                                     

“L’episodio più assurdo è stato il congelamento del torneo di qualificazione olimpica a Londra. Per 12 mesi tutto fermo nel mondo ma anche in ambito sportivo e in quel torneo. Lavorare e studiare quel torneo e quel combattimento per la qualificazione è stato molto più che curioso”.   

Oltre un decennio in azzurro, un centinaio di incontri. Potendo tornare indietro, cosa non rifaresti?

“Un decennio in azzurro è stato come trascorrerlo in famiglia, la nazionale per me è sempre stata una seconda casa e una seconda famiglia. Non cambierei nulla, perché esperienze positive e negative hanno fatto di me la pugilessa e la donna che sono oggi”.

Giuliano Orlando