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Corposa rassegna nel mondo del nostro pugilato. Oltre cento protagonisti alla ribalta, con qualche assenza e discreta fantasia – Dario Torromeo - Antiche glorie dello sport, campioni italiani senza tempo - Diarkos Editore – Pag. 536 - Euro 19.00.
di Giuliano Orlando
Un tomo di oltre 500 pagine, con oltre cento protagonisti rappresenta impresa non secondaria. Nel caso specifico la storia di alcuni dei campioni più rappresentativi dell’Italia in guantoni. Compito impegnativo, svolto nel suo assieme positivamente, anche se con qualche assenza di rilievo e uno sbilanciamento verso il Sud dell’Italia, in particolare nel Lazio dove l’autore risiede, chiedendo aiuto a colleghi locali. Non era facile, nei flash di ciascun personaggio, soddisfare tutti. L’Italia in guantoni fino a qualche decennio addietro era una protagonista nell’arengo mondiale, per cui molti sono stati i pugili di vertice. Ottima idea l’appendice con preziose informazioni, dagli italiani campioni del mondo (41) da Carnera nel 1933 a Oliha 2023. I 132 campion d’Europa per 142 presenze con Tommaso Galli campione in tre categorie. Gli azzurri saliti sul podio olimpico. I quattro italiani che dopo l’oro ai Giochi hanno conquistato il mondiale da pro (Benvenuti, Oliva, Maurizio Stecca e Parisi). Infine, i presidenti federali dal 1916 al 2021 in carica. Trattando il poker dei nostri super, sorprende che abbia commesso diverse inesattezze e dimenticanze importanti. Nino Benvenuti che univa talento, potenza ed eleganza, una vita più complicata di quella sul ring, che l’autore racconta con dovizia di particolari, scordando la parte conclusiva a mio parere importante. Mi riferisco a quando ritrova e sposa Nadia Bertorello che anni prima da lui ha avuto una figlia. Da quel momento tutto cambia in meglio, fino alla sua scomparsa avvenuta il 20 maggio scorso a 87 anni. Bruno Arcari l’altro supercampione di casa nostra, esattamente l’opposto di Benvenuti. Guerriero superlativo sul ring, appena finiva la battaglia scompariva e solo gli amici più fidati, sapevano dove trovarlo. Penso di averlo conosciuto molto, molto bene fin da quando era dilettante. Sono andato a trovarlo nel 2022, con la malattia che stava minando la sua memoria. La moglie lo acudisce con assoluto amore. Ero l’unico giornalista con Maurizio Mosca presente a Vienna nel 1968 quando demolì l’idolo locale Orsolic. Aggiungo un episodio emblematico. Arcari debutta da pro nel dicembre 1964 e Rino Tommasi l’organizzatore, sceglie il romano Franco Colella che per difendersi dagli assalti dell’avversario schiva pericolosamente portando la testa in avanti. Al quinto round una testata ferisce Arcari e l’arbitro ferma il match. Pur indietro nel punteggio, Colella vince per ferita. Inutili i tentativi per una rivincita. Il romano nel suo biglietto da visita, sotto il nome aggiunge: Vincitore di Buno Arcari. A quel punto il manager di Bruno affronta a muso duro l’organizzatore chiarendo che gli avversari debbono avere il suo assenso. Per raccontare Duilio Loi, ci vorrebbe un libro di parecchie pagine. Il primo uscito nel 1964 edito dalla Rizzoli si ferma appena dopo il ritiro e non è certo completo. Debbo correggere le dichiarazioni di Dario Bensi quando Duilio annuncia il ritiro, rifiutando l’offerta per affrontare a Manila il nipponico Takashi e a Los Angeles contro Torres. Quaranta milioni di lire per ogni match. Dario Bensi il suo maestro non disse “Duilio per me finisce qui”. Al contrario pronunciò altre parole: “Se tu avessi più fame e meno fama, non daresti un calcio ai milioni”. Cose che capitano. Duilio è stato tumulato al Fameglio dove riposano i personaggi più importanti residenti a Milano. Sul marmo è scritto “Il ring fu la sua vita, la sua vita fu il ring. Sempre da campione”, che mi vanto di aver coniato. Scandaloso è il rifiuto della giunta di Sala a intestare una via o una piazza a suo nome. Nonostante una petizione nazionale. Il quarto re italiano è Sandro Mazzinghi, che forse descrive meglio, realistico e corposo, ma con una dimenticanza fondamentale. Nella sfida con Ki Soo Kim, il 26 maggio 1968, allo stadio di S. Siro, nella terza ripresa il coreano si inginocchia dopo essere stato colpito duramente al corpo le spalle al ring, lo sguardo assente, qualsiasi arbitro lo avrebbe dichiarato out. Non così mister Harold Valan di New York, che interpreta la situazione all’americana. Visto che il round sta terminando. Inutili le proteste di Sconcerti. Riprende il match che finisce ai punti. Una sfida selvaggia dove i due contendenti hanno dato tutto e qualcosa in pi. Dopo quella sfida entrambi risentiranno fino al ritiro di quella fatica. Il milanese Brambilla arbitro internazionale, chiese perché non fermò il confronto. La sua risposta: “Non potevo privare il pubblico dello spettacolo anche se il coreano in quel momento era out”. Le centinaia di altri flash, raccontano con dovizia di particolari i punti culminanti dei nostri campioni. I nomi scorrono veloci: Boine il primo campione italiano il 23 dicembre 1913 a Milano, con Giacomo Puccini spettatore. Spalla, Bosisio, i fratelli Venturi, Carnera, Bernasconi, Locatelli, Mitri, D’Agata, Visintin, Burruni, Zanon, Loris e Maurizio Stecca, Damiani, Rosi e Parisi. Tre le donne: Simona Galassi, Maria Moroni e Irma Testa, l’unica che ha saputo salire sul podio olimpico. Nel record scrive: Ha sempre combattuto come dilettante. Errore: Irma che ha disputato l’ultimo match da dilettante ai Giochi di Parigi il 30 luglio 2024, Zichun Xu, Successivamente ha fatto i corsi per diventare insegnante. L’11 dicembre 2022 sotto l’egida dell’IBA ad Abu Dabi (Emirati Arabi), ha disputato l’unico suo match da professionista, come mi conferma l’ex responsabile delle nazionali azzurre, Emanuele Renzini: “Ero all’angolo di Irma che nell’occasione dominò la kazaka Karina Ibragimova, sui cinque round, incassando una borsa stratosferica per una debuttante: 30.000 dollari. Cifra pagata per sfide mondiali di buon livello”. Dando a Cesare quel che spetta a Cesare. Ci sono altre imprecisioni più che comprensibili, quel che disturba è la ricerca ossessiva di trovare l’aspetto tragico di ogni storia. I detrattori della boxe ci vanno a nozze leggendo questi testi. La noble art non è tragedia. Ha i suoi rischi come ogni disciplina che comporta il confronto, sia un avversario o il tempo. L’ultima chicca riguarda Franco Zurlo, campione europeo gallo. Nel presentare il suo primo allenatore sottolinea che gli manda un braccio. Ma dimentica di raccontare che il procuratore di Zurlo, il dottor Giuseppe Ballarati, denuncia alla FPI che l’organizzatore Rino Tomasi ha sottoscritto un contratto in esclusiva col suo atleta. Vietato dal regolamento. La denuncia costa all’organizzatore la squalifica di un anno, che rinuncia a proseguire. Gli assenti che avrebbero meritato citazione: Giacomo Bozzano, Ernesto Formenti, Aureliano Bolognesi, Fernando Atzori e Stefania Bianchini, quasi tutti del Nord. Ripeto, un ottimo lavoro, con qualche imprecisione, giustificabile in una rassegna tanto impegnativa.
Giuliano Orlando