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Francesco Damiani a tutto campo (prima parte)
Dalla scuola dove eccelleva in matematica, ma snobbava le altre materie. Ballo e dolce compagnia, oltre a ottimo appetito, le prime scelte. Portato di forza in palestra dal fratello Marco, divenne campione suo malgrado. Capace di battere Stevenson. Defraudato dell’oro mondiale a Monaco di Baviera nel 1982 e della vittoria ai Giochi di Los Angeles 1984.
di Giuliano Orlando
Ciao Francesco, ti chiamo per un’intervista a tutto campo. Dalla culla alla maturità, con un percorso favoloso. Che ne dici?
“Al mio amico e ad un grande giornalista, come potrei dire di no. Non solo, sei stato nel mio percorso dilettantistico dall’esordio ai Giochi di Los Angeles 1984, quello che mi ha seguito di più. Eri sempre a bordo ring. Prima ancora che vincessi agli assoluti. Mio fratello Marco che è stato colui che, mio malgrado, mi ha fatto sposare il pugilato, mi avvisò che agli assoluti del 1978 a Castelfranco Veneto ci sarebbe stato il giornalista più documentato sul dilettantismo, non solo in Italia, ma nel mondo. Quando vinsi il titolo, sei stato tu a farmi la prima intervista che ancora conservo su Boxe Ring, dove apparve la mia foto e mi definivi un Canè al meglio.
Inoltre mi stupì la competenza davvero incredibile. Eri a conoscenza di tutto il mio passato sportivo, che avevo tirato quattro calci al pallone e quattro colpi col tennis. In seguito sei stato il più assiduo con la nazionale dagli europei alle numerose trasferte fino ai mondiali di Monaco nel 1982 quando battei Stevenson che era il mio idolo, fino ai Giochi di Los Angeles nel 1984. In entrambe le occasioni venni battuto in finale da Tyrell Biggs, in realtà dai giudici. Anche allora i tuoi articoli rispecchiavano la verità e fosti molto severo nei loro confronti. A questo punto cosa posso dirti che tu non sai?
Mi manca di conoscere la tua infanzia, visto che in tutte le interviste parti sempre dall’esordio in guantoni a 17 anni.
“Pensi davvero possa interessare?”
Oltre alla convinzione che possa interessare agli appassionati, c’è la mia curiosità personale.
“Papà Giuseppe lavorava all’AGIP ed era alto 1,91, mamma Sesta, l’ultima di una covata che si chiuse con la mezza dozzina tra femmine e maschi. Anche lei come altezza e robustezza non scherzava e, ancora adesso si difende bene. Io sono l’ultimo dei quattro figli, mi precedono Franca, Silvana, Marco e a seguire il sottoscritto. Anche se in palestra mi ha portato Marco a inculcarmi la passione della boxe è stato mio padre. Nel senso che seguiva tutti gli incontri di pugilato in tivù, in particolare Benvenuti e Mazzinghi, oltre agli americani e noi eravamo con lui.
Come se la cavava a scuola il piccolo Francesco?
“Posso dire che, modestamente, ero un asino. Ad eccezione della matematica, dove in quarta o in quinta, presi un dieci. Al resto non ero interessato. Debbo dire che non fui mai bocciato. Per non scontentare i miei genitori mi sono diplomato in elettromeccanica. Come si diceva a quel tempo, avevo preso ‘il foglio di carta”, indispensabile per un lavoro. Ero interessato al ballo, perché mi facilitava la conoscenza delle mie coetanee. In contemporanea ho iniziato a fare boxe, prima con poca voglia, poi sul serio".
Francesco Damiani, nato il 4 ottobre 1958 a Bagnocavallo in provincia di Ravenna, terra di Romagna, ha 67 anni e frequenta ancora la palestra di Lugo, facendo da chioccia ai ragazzini che la frequentano. Non male per uno che il fratello Marco nel 1976, me lo descrisse così: ““Francesco possiede velocità naturale e porta i colpi senza apparente fatica, ma ha l’allergia alla fatica. Quando entrò per la prima volta in palestra e vide fare i guanti, mi disse a muso duro che era molto meglio il calcio e anche lo sci e se ne andò. Sudare lo infastidisce, la sua seconda presenza in palestra è dovuta alla necessità di non prendere troppo peso. Suo malgrado, ha già battuto una decina di avversari, tra cui Fantin, Sanfilippo, Lomuscio e il pugliese Trane, un torello che era imbattuto, conquistando i campionati di categoria novizi e jr. Solo Cassanelli l’ha superato a Budrio, mentre la vittoria del toscano Sammuri che fa parte della FFOO giovanili è stato un regalo dei giudici. (In effetti lo affronterà altre due volte, battendolo nettamente). Spero di portarlo agli assoluti, sempre che si prepari adeguatamente, tra l’altro lo hanno già chiamato ad un raduno nazionale e ha combattuto in Romania, a Braila e Costanza, pari con Cernat e vittoria su Grigore”. Questo il quadro di Francesco, mezzo secolo fa.
Visti gli ulteriori risultati, sei diventato un campione tuo malgrado?
“In effetti, per uno che inizialmente aveva “poca voglia” di sudare in palestra, cambiai idea quando presi atto dei primi risultati positivi. Inoltre, l’appartenenza ad una Società come la Boxe Lugo che mi supportava economicamente, che non era poco, l’interesse stava prevalendo sulla mia naturale tendenza alla naturale pigrizia, ovvero a non faticare. Quando venni preso in considerazione dalla Nazionale Italiana cominciai ad impegnarmi maggiormente e ritengo (modestamente) di aver toccato traguardi non sempre raggiungibili da tutti, sia come atleta che come coach. E ripeto, “modestamente” penso e spero di aver lasciato un piccolo segno nel mondo del pugilato italiano”.
La vittoria tricolore nel dicembre 1978 a Castelfranco Veneto fu determinante sugli sviluppi futuri?
“Direi fondamentale. L’aver conquistato il titolo di campione d’Italia è stato il trampolino di lancio. Grazie a quel mio primo tricolore assoluto, venni convocato nella nazionale maggiore”.
Ai tuoi primi europei a Tampere in Finlandia nel 1981, a 22 anni, vinci il titolo battendo avversari sulla carta più quotati. In particolare il gigante della DDR, Ulli Kaden, sei mesi più giovane di te, che ti sovrastava di quasi 10 cm. 1,90 contro 1.98. Lo trovi in semifinale e, oltre a batterlo, lo fai contare un paio di volte. Due anni dopo a Varna in Bulgaria, vinci l’europeo per la seconda volta. In finale lo stesso Kaden non si presenta, adducendo un problema alla mano destra. Lo ritrovi a Roma, cinque mesi dopo in ottobre, in occasione della Coppa del Mondo e lo ribatti nettamente. Ulli a sua volta vinse l’europeo nel 1987 a Torino e nel ’91 ad Atene, quando eri già professionista dal 1985. Dopo il ritiro nel 1989 a trent’anni, si è dedicato all’insegnamento a Gera, la città di adozione, dedicandosi all’insegnamento. Nel 2021 una tivù tedesca gli dedicò un lungo servizio, ricordando le sue imprese.
A 13 anni è un calciatore molto promettente, ma un infortunio lo costringe a frequentare una palestra per la riabilitazione. Facilitato dalla prestanza fisica, prende le prime lezioni di pugilato, accorgendosi di esserne affascinato. Quando si presenta agli europei di Goteborg nell’81, ha già vinto il titolo nazionale due volte. Alla domanda su Damiani che lo ha battuto tre volte su tre, risponde con grande onestà. “Ho affrontato Stevenson sei volte e per due volte ho vinto io, ho sconfitto pure Lennox Lewis, anche se nella sfida più importante ai Giochi di Seul nel 1988, è stato lui a battermi. Damiani? Era molto intelligente, veloce e preciso, precedeva le mie intenzioni e sapeva infilarsi nella mia guardia. Pur senza essere un picchiatore, faceva male. Stevenson era un campione più completo, ma Damiani l’unica volta che l’ha incontrato ha ottenuto la vittoria e questo conferma il suo valore”. L’intervista in Italia l’ha fatta conoscere il sito Sport & Note nel 2023 ed è molto dettagliata. Che ne dici del tedesco?
“Non ero al corrente del servizio. Andrò a cercare quell’intervista. Che dire di Kaden? Lo ringrazio per le sue affermazioni e ritengo sia stato un avversario non sicuramente facile del quale anche gli stessi maestri Falcinelli e Mela mi avevano preparato molto per affrontarlo nel modo migliore. Studiammo le sue caratteristiche per trovarne i punti deboli. Ulli tra gli avversari più pericolosi lo colloco tra i primi dieci in assoluto”.
Due domande; quali erano le motivazioni che ti hanno portato a diventare il massimo più titolato, dalle vittorie europee, alla Coppa del Mondo a Roma nel 1983, agli argenti, quello ai mondiali di Monaco nel 1982, fino ai Giochi di Los Angeles ’84? Inoltre, quanto ha contato avere un allenatore come Falcinelli, che ti ha formato inizialmente?
“Per dare a Cesare quello che spetta a Cesare, il primo allenatore è stato mio fratello Marco, che mi ha convinto a praticare la boxe e a vincere quattro titoli italiani dai novizi, jr fino agli assoluti. Le motivazioni che mi hanno portato a raggiungere quei traguardi sono state innanzi tutto l’esperienza acquisita nel circuito della Nazionale Italiana, disputando confronti con avversari di qualità a livello internazionale. A quel punto realizzai di aver raggiunto la consapevolezza che impegnandomi e rinunciando a quasi tutto quello che un ragazzo della mia età viveva e vive “normalmente” avrei potuto veramente centrare grandi traguardi. L’incontro con i maestri Franco Falcinelli e Nazzareno Mela sono stati fondamentali per il mio percorso.
Mi hanno insegnato la fermezza di seguire un serio allenamento e la volontà di proseguire e raggiungere traguardi importanti. Voglio sottolineare che sono stati gli unici insegnanti di cui io proverò sempre una profonda gratitudine nei loro confronti, Aggiungo che in seguito hanno il mio grazie, per essere stato scelto come coach per la Nazionale. Con loro ho intrapreso il ruolo di aiuto allenatore. Tramite i loro consigli e insegnamenti ho conseguito il ruolo di allenatore ufficiale e, successivamente, quello di Direttore Tecnico mantenendo sempre i contatti con Falcinelli col quale mi confrontavo, apprezzando sempre i suoi consigli”.
Allenatore della nazionale italiana alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 conquistando l’oro con Roberto Cammarelle (supermassimi), l’argento con Clemente Russomassimi) e il bronzo con Vincenzo Picardi (gallo). A Londra 2012, col famoso furto in finale ai danni di Cammarelle contro il locale Joshua. Ancora responsabile assieme a Lello Bergamasco ai poco fortunati Giochi di Rio nel 2016, dove andò tutto storto, al termine dei quali hai dato le dimissioni.
“Dopo la grande soddisfazione dell’oro di Pechino 2008 per Cammarelle, l’argento di Clemente Russo e il bronzo per Vincenzo Picardi, quattro anni dopo a Londra, l’argento di Cammarelle è il più amaro nella sia pur lunga esperienza da allenatore. Roberto aveva importanti problemi alla schiena, iniziati fin da youth, che si porta dietro ancora oggi. Per questo motivo il suo impegno ma anche il senso di sopportazione al dolore, con lunge sedute sul lettino da parte del fisioterapista, non meritava di essere defraudato dell’oro che si era guadagnato sul ring. Che fossimo a Londra e che Joshua era il beniamino del pubblico, non giustifica la vittoria immeritata. Purtroppo la politica e gli interessi troppo spesso falsano i valori sul ring. L’atteggiamento di Roberto al verdetto, fu di una correttezza esemplare e rese la sconfitta ingiusta una vittoria morale. Che le emittenti e tutta la stampa misero in risalto. Prima di Rio, la preparazione fu molto laboriosa e gli imprevisti numerosi. Il nostro supermassimo Guido Vianello raggiunse la qualificazione a ridosso dei Giochi, non avendo avuto il tempo del recupero. Nell’insieme ci furono molti errori. Onde evitare polemiche inutili, tornato in Italia diedi le dimissioni”.
Giuliano Orlando