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Viaggiare nel cuore e nelle storie, dove il silenzio sembra dominare in assoluto. Scoprendo quanto siano vive, fragili e vulnerabili – Francesco G. Capitani – Dizionario dell’abbandono. Esercizi di esplorazione dei luoghi che restano - edicicloeditore – Pag. 160 – Euro 15.00.
Giuliano Orlando
Iniziare il “Dizionario dell’abbandono”, con una poesia di Piero Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, detto Metastasio, il poeta e drammaturgo romano nato a fine del 1600 a Roma, celebre per le sue frasi, è decisamente impegnativo. In questo contesto la poesia con Cartagine in fiamme e Didone che si suicida, mentre Enea abbandona la città per approdare a Roma, rappresenta uno dei momenti storici sull’abbandono. Il tema mi ha riportato ai tempi del ginnasio, quando dovevamo studiare l’antica Grecia in modo nozionistico, il che non ci faceva amare la materia, riscoprendola in tempi più maturi con altro spirito, dando il giusto valore ad una civiltà che ha fatto scuola nel mondo. Torniamo al tema dell’abbandono. Cercando di conoscerlo e capirlo. Individuarne le differenze, da Enea che fugge e quindi abbandona, a Mark Twain, che dall’abbandono forzato (morto il padre), inizia giovanissimo a lavorare in modo frenetico, fino a diventare uno degli scrittori più popolari in assoluto. L’abbandono dell’abbandono.
L’autore ha creato un dizionario che fa riflettere, aprendo orizzonti di conoscenza del fenomeno, attraverso esempi non sempre di facile comprensione. C’è l’aspetto filosofico e quello storico, oltre a quello drammaticamente politico, a cui dedica l’ultimo capitolo inerente la tragedia atomica di Cernobyl in Ucraina, che il quel periodo faceva ancora parte del “paradiso sovietico”. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986, all'1,23 di notte. Il reattore numero 4 della centrale nucleare, esplose a causa di un test di sicurezza mal gestito, provocando un forte rilascio di radioattività. La nube radioattiva colpì vaste zone d'Europa, causando l'evacuazione degli abitanti di Pripyat, la cittadina attigua, nel caos più assoluto, mentre da Mosca si cercava di nascondere la tragedia. Come ricorda l’autore: “L’ex URSS è stata terra di desolazioni nucleari fin dal primo dopoguerra. A Kystym nel 1957, avvenne una tragedia simile, tenuta colpevolmente nascosta”.
E pensare che Pripyat, era nata nel 1970, per rappresentare la città perfetta, esempio tangibile di convivenza di 50.000 persone. Il destino le aveva riservato una storia diversa, drammaticamente opposta: la città è vissuta più da morta che da viva, come una grande diva. Oggi Cernobyl è un fantasma mostruoso (l’ho sorvolata anni fa in elicottero) nel senso che si è trasformato in un immenso parco dove le piante più resistenti hanno ingoiato le case, che a loro volta si sgretolano parzialmente, entrando nel dettaglio di una vita cancellata. Sono arrivati anche animali e purtroppo anche i predatori, che hanno spogliato appartamenti e altro, ignorando il pericolo a cui andavano incontro. Ed è in questo contesto che l’autore distingue l’’abbandono, ovvero ciò resta nella sua perfezione tragica, al contrario di quanto viene rubato dal suo sacrario. La memoria è la componente filosofica non quella viva. Il silenzio è il compagno fedele dei luoghi abbandonati. Ospedali dismessi, ville svuotate da chi le abitava, fabbriche lasciate alla corrosione delle strutture, al ferro corroso dalla ruggine. Visitare questi fantasmi, significa scoprirne la testimonianza di vite vissute. In una villa nascosta dal fogliame che invadeva la costruzione, svelava il segreto del suo proprietario: sulle scale giacevano i fogli sparsi della dichiarazione dei redditi di trent’anni prima.
Un benestante dirigente d’azienda, senza figli ne coniuge a carico. Ma in passato, doveva aver ospitato i rumori e le voci di bambini. Lo raccontavano una stanza da letto e una di giochi, dove un Pinocchio e altri pupazzi erano ancora confezionati in nuvole di plastica e polvere, pronti per essere regalati. Molte foto di New York e anche quadri della metropoli americana. All’improvviso il silenzio interrotto dallo sbattere di una persiana mossa dal vento. Quel silenzio aveva le forme di un trauma strisciante, sembrava uno spavento. Sensazioni, intuizioni e misteri: una litania di scoperte che testimoniano l’abbandono e il suo contrario. Un piccolo libro non sempre facile da leggere. Ma decisamente interessante. Un’esplorazione anche per il lettore, inconsapevole attore di una storia che non finisce mai. Come il ricordo del passato, che non è memoria ma abbandono, una ricchezza in più.
Giuliano Orlando