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Boxe vissuta. Vita da KO. Leprotti e segugi

Pubblicato il 6 dicembre 2025 alle 08:12
Categoria: Libri di Sport
Autore: Wilma Gagliardi

 Boxe vissuta. Vita da KO. Leprotti e segugi

Il cammino di uno straordinario visionario che costruisce una ricchezza in guantoni, partendo da Mandello Lario, tra sogni e realtà - Firmino De Marcellis – Boxe vissuta. Vita da KO. Leprotti e segugi – Edizioni Il mescolo – Roma – Pag. 224.

di Giuliano Orlando

Ho conosciuto Firmino De Marcellis al tramonto degli anni ’50, quando era l’anima pulsante della “Moto Guzzi”, fucina inesauribile non solo di canottieri, ma anche di pugili molti dei quali passati al professionismo. Firmino aveva frequentato l’università della strada, nutrendosi della parte migliore, uscendone col furore interiore ed esteriore e il sogno di diventare un campione del ring. Sogno infranto brutalmente da un “soffio al cuore”, vietandogli di esplodere la rabbia e la vocazione al confronto. Un pugno da KO, che non aveva fatto i conti con un soggetto dove la resa non rientrava nel suo registro caratteriale.  Non più sul ring, ma all’angolo a guidare i suoi allievi, fatti crescere con la sua stessa mentalità, quella dei guerrieri. Tecnico e organizzatore in quel ramo del lago di Como di manzoniana memoria, seppe portare la boxe all’attenzione di enti e amministratori, ottenendo i locali per far combattere i suoi leprotti e segugi, come chiamava i suoi allievi, grazie alla verve e al sacro fuoco, che distingueva il personaggio. Ruspante e convincente, per oltre un trentennio, ha vissuto da protagonista, tenendo la barra diritta e supplendo alla collocazione periferica, con l’inventiva tipica di chi ha le stimmate alfieriane, per cui nulla è impossibile e al quale non potevi chiedere il break. Infatti, dopo la lunga militanza all’angolo, trova naturale dare continuità al suo percorso, per non disperdere una vita dove i guantoni sono stati i protagonisti assoluti, mettendo nero su bianco scrivendo un libro che specchiasse e lasciasse il segno anche in futuro.

Per farlo meglio si era appartato, lasciando la sua Mandello Lario, scegliendo l’isolamento, per ritrovare la concentrazione e ricucire il filo di un percorso indubbiamente particolare. Prima di tuffarsi a tutto campo nel cosmo pugilistico, aveva assaggiato con “Selvatico in Val Gerola” l’emozione dello scrittore. Poi è arrivato “Vita da KO” che lessi a suo tempo. Adesso Firmino vorrebbe poterlo ripubblicare, a conferma che il primo amore non si scorda mai, semmai torna come un mantra e ti sollecita a farti tornare indietro nel tempo, affinché il passato diventi presente storico. Il giudizio sul libro in questione lo ha affidato al sottoscritto. La prosa dell’autore è arcaica, ruvida e molto personale. Congiuntivi e participi, gerundi e altre sottigliezze grammaticali e sintattiche, non albergano nel testo, eppure la sua storia emoziona e trascina. Ricca di quella bellezza ambientale che l’autore sa esprimere con grande naturalezza. Dai primi pugni per strada, dai sogni di una carriera in guantoni, svaniti per colpa del cuore matto. L’avvio nel nuovo ruolo di maestro, i primi successi dei suoi leprotti, la costruzione di un vivaio cresciuto con modestia e cocciutaggine. L’esame da tecnico, riscontrando di essere forse più avanti del previsto. Speranze e delusioni. La chiamata per il servizio di leva, trasformata in continuazione della passione, semmai arricchendola. I buoni rapporti col sergente maggiore Tommasini e l’incarico di formare una squadra per il criterium militare di Palermo. La scoperta di un certo Remor, statuario gigante veneto lo induce a pensare di aver scoperto il Carnera del futuro. Purtroppo al primo impatto sul ring constata di aver puntato su un coniglio.

Ugualmente il suo team vinse quel torneo. Torna a casa e riprende alla grande, i nomi dei suoi leprotti iniziano a far paura. Amadori, Molteni e Targa, i fratelli Elio e Lorenzo Compagnoni, Zucchi e Micheli, Mainetti e Gala, i precursori non sono più soli. La palestra si infoltisce e nel 1968 avviene lo storico sorpasso a livello nazionale, detronizzando la ABC Cremona dalla vetta delle società italiane. Scopre a sorpresa che suo fratello Roberto, di stanza in Sardegna, sta ottenendo buoni risultati da pro. Rammentandosi che anni addietro l’aveva sconsigliato di mettere i guantoni, trovandolo inadatto alla boxe. Nascono i primi pro e inizia una nuova carriera anche per l’autore, diventato manager. Qui il libro è davvero interessante, per la prosa semplice ma ficcante, dove racconta i contatti con Rino Tommasi e Rodolfo Sabbatini, ovvero i boss dell’organizzazione italiana, proiettati a livello mondiale. Un salto di qualità enorme.  Dai primi professionisti della Moto Guzzi, Festorazzi e Boschi, alla vetta dell’arengo italiano. Nel frattempo Ermanno Fasolis, il suo gioiello più fulgido, entrato in palestra a 11 anni, che l’autore descriveva così “Rossiccio, lentigginoso, paffutello e simpatico, occhietti svegli, sorriso pronto, credette di darsi ad un gioco”, è salito ai vertici anche da pro, dopo una carriera in maglietta strepitosa: azzurro ai Giochi di Tokyo 1964, nella squadra che tornò con l’oro di Atzorri e Pinto e avrebbe potuto aggiungere quello di Arcari, se non lo avessero fermato le ferite, il suo incubo.

Ermanno fu bronzo europeo e ottimo professionista. Colse il titolo italiano a avrebbe meritato l’opportunità europea. Purtroppo a fermarlo fu il brasiliano Garibaldi Pereira a Milano il 12 dicembre 1969, che vinse il match in modo incredibile. Dopo essere stato contato varie volte, nella nona e penultima ripresa, trova il colpo della disperazione e mette Fasoli KO. L’andamento di quel match è descritto alla vecchia maniera, assumendo l’atmosfera vissuta dai protagonisti, in modo diretto. Non solo Fasoli nel racconto, ma altri suoi allievi: Ugo Poli, Almanzo e Festorazzi , Battistelli e Zanini, Ripamonti e Mondora.  Le trasferte per l’Europa, le vittorie contro pronostico di Francesco Piccinali e altri suoi assistiti. Qualche tradimento come capita ovunque, fino alla svolta e dal ring alla tavola imbandita. Alcuni addetti ai lavori, provenienti da Roma, non vedendolo a bordo ring o all’angolo, chiesero dove fosse finito l’irrequieto e infaticabile Firmino De Marcellis. “Ha messo su un ristorante assieme a fratello, non lontano da Mandello, in zona un po’ selvatica” fu la risposta.  L’ultima tappa? Figuriamoci, quella è ancora da venire. Intanto ha rispolverato la sua sceneggiatura personale, per proporla all’editore del momento. Ce la farà? Personalmente ne sarei felice. In un periodo dove sta entrandoci in casa l’intelligenza artificiale, una ventata al profumo di vintage, sarebbe la benvenuta.

Giuliano Orlando