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Un progetto lungo, “anche di cinque o sei anni”. Così, nel tempo, Pierpaolo Bisoli potrà dare la sua impronta al Bologna e “costruire una squadra con un'anima”. Magari riuscendo a creare una politica di 'cantera', sull'esempio di club spagnoli come Barcellona o Athletic Bilbao, famosi per far maturare i prodotti del proprio territorio: ''Mi piacerebbe che fra un po' di tempo ci fossero sei-sette giocatori di queste zone”.
Approdato per restare, dopo la A solo assaggiata a Cagliari, il tecnico non nasconde ambizioni che guardano lontano: “Se anche mi dovessero cercare squadre come Juve o Milan io vorrei rimanere qui”. Se il suo auspicio diventerà realtà, potrebbe anche dirigere, fra qualche tempo, i suoi due figli, entrambi nelle giovanili rossoblù. Lui che è nato sull'Appennino bolognese, a Porretta Terme, sa quanto “è difficile essere profeti in patria”. Ma, ha detto presentandosi, “dalla mia ho quei 60 chilometri di montagna". Ora, finalmente, allo stadio Bisoli si misurerà con “la piazza esigente dove ho tirato i miei primi calci”.
Dove vuole portare il proprio carattere. Quello di chi, da calciatore, non aveva forse piedi raffinatissimi, ma si faceva sentire in mezzo al campo. E che, da tecnico, lo ha portato a rompere presto i rapporti con i più 'anziani' dello spogliatoio sardo: “Quell'esperienza mi ha fatto capire - ha raccontato - che a volte è più importante ciò che succede fuori. Sapersi vendere bene, mettersi una cravatta in più. Capisco, ma non riesco a cambiare, per me conta quello che si fa in campo”.
Bisoli si porta dietro pezzetti di insegnamento da ciascuno dei suoi maestri, da Mazzone, a Trapattoni, fino a Zoff, di cui è stato il vice nella Fiorentina: “Mi ha insegnato la pazienza, anche se mi batte dieci a uno”. Senza copiare nessuno, “ma mettendoci dentro le mie idee”. Quelle per cui “il gruppo conta più dei singoli”. Anche se, al ritorno dalle ferie, dovrà subito gestire la grana di un solista, Di Vaio, capitano ferito dalla vicenda dei pass per disabili: ''Se ha avuto problemi bisogna rimotivarlo”, ha detto.
Bisoli vuole “una squadra che diverta'' e ha ribadito l'importanza del lavoro: “Quando si va in campo non bisogna andarci per timbrare il cartellino, ma con la stessa gioia di quando un bambino ci va per la prima volta”. La filosofia comunque è di chi considera i giocatori “come tante piccole aziende che devono coesistere per il funzionamento della grande azienda che è la squadra”.