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L’incredibile storia di Steve Klaus, il maestro dei maestri

Pubblicato il 8 febbraio 2026 alle 15:02
Categoria: Boxe
Autore: Wilma Gagliardi

 

L’incredibile storia di Steve Klaus, il maestro dei maestri.

La mafia lo voleva morto. Negli USA insegnò a tanti campioni. Dal 1937 al 1956 guida l’Italia, conquistando ori olimpici. Dopo Melbourne 1956, passa polemicamente il ruolo a Rea.

di Giuliano Orlando

A metà settembre 1963 entrai al Corriere dello Sport di Roma, diretto da Antonio Ghirelli, su raccomandazione di Alfio Russo, il direttore del Corriere della Sera. Nella redazione di Milano, dove era responsabile Giorgio Bellani, esperto di tennis, e voce della Rai. Ricordo il suo rimprovero, quando seppe dell’assunzione: “Vergognati, ci sono colleghi che aspettano da tempo, ma non hanno la spinta che hai avuto tu”.  Nessuna vergogna, me l’ero meritata per diversi motivi. Il primo riguardava gli anni di collaborazione che non sfociavano mai con l’assunzione. Il secondo l’apprezzamento del direttore del “Corriere”, per il lungo servizio scritto sul giornale interno del quotidiano, dopo un viaggio di quasi due mesi nell’allora Cortina di ferro, ufficialmente da impiegato in una fabbrica di Carpi che produceva magliette e i cui operai erano tutti iscritti al PC. I proprietari decisero di allestire due pullman per fargli conoscere in diretta quel Paradiso. Invitarono un giornalista del Corriere in incognito. Il direttore rispose che normativamente era impossibile. Indicandomi come sostituto, essendo pubblicista, quindi non legato unicamente alla professione.

Esperienza indimenticabile, incredibilmente formativa. Se ancora avevo qualche dubbio sulla drammatica realtà dell’URSS, constatai sul posto la povertà e l’arretratezza di un territorio immenso, oltre alla rassegnazione o, peggio, la tristezza della gente, l’equivalente ad un pugno allo stomaco. Ho ancora le veline di quel viaggio infinito, con tappe di oltre 400 km. Da Carpi arrivammo a Bolzano quindi in Austria a Klagenfur fino a Vienna, sede della prima tappa. Poi Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, la DDR e la Polonia che facevano parte del COMECON, l’ente economico gestito dall’URSS che determinava il prezzo dell’esportazione della produzione di queste nazioni. Entrammo nell’Unione Sovietica da Brest, scendendo a Lvov (Leopoli) in Ucraina, risalendo da Poltava a Kiev. Ricordo che lungo quel territorio, per due giorni i pullman attraversarono sterminati campi di girasoli, così alti da nascondere ogni altra visione, villaggi compresi. Ci fermammo a Smolensk, evitando Mosca tra la delusione generale, passammo a Vilnius in Bielorussia e rientrammo in Polonia, attraversando la Cecoslovacchia, fermata a Praga, neppure lontana parente di quella attuale. A Praga ci salutarono i due interpreti, agenti del KGB, a conoscenza di tutto.

Tappa infinita fino a Innsbruck, ultima sosta prima di rientrare in Italia, dopo oltre 50 giorni dalla partenza. Non vi racconto dei tanti episodi di quel viaggio, che potrete conoscere nel libro “Strada facendo” edito da Correre. In quel libro potrete conoscere alcuni dei miei viaggi da inviato in giro per il mondo, dall’Europa all’Asia in Africa, dalle Americhe all’Oceania, toccando le isole Cook, un paradiso incredibile. Il libro venne premiato nel 1998 al Concorso Letterario del CONI col Diploma d’Onore. Al ritorno a Carpi, un buon numero di ‘compagni’ non rinnovò la tessera del PCI. Il diario di quel viaggio, una decina di pagine per il Corriere Club, evidentemente fu apprezzato, visto che il direttore Alfio Russo, che era al corrente della situazione personale, mi consegnò una busta che presentai a Ghirelli. Rammento il commento: “Come potrei rifiutare?”. Ghirelli in seguito divenne responsabile dell’ufficio stampa del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Che a metà degli anni ’50, quando mossi i primi passi da giornalista, il futuro e più amato Presidente della Repubblica, dirigeva “Il Lavoro” quotidiano genovese, ruolo che mantenne fino al 1968.

Rimasi al Corriere dello Sport fino al 1970. Col quotidiano romano, divenni l’inviato della Nazionale Azzurra su proposta della FPI. Per oltre un decennio ho seguito gli azzurri in giro per il mondo. In quel periodo al Corriere dello Sport, il responsabile del pugilato era Franco Dominici brillante scrittore e persona squisita oltre che generosa. Mi portò in giro per l’Italia a diversi campionati europei, permettendomi di fare utile esperienza nel campo del professionismo. Non finirò mai di ringraziarlo. Restammo in contatto anche quando passai al “Il Giorno” su richiesta di Pilade Del Buono, amico del grande maestro Gianni Brera, che apprezzò il mio modo di scrivere, al punto da firmare la prefazione gratuitamente del mio primo libro ‘La storia del pugilato’, edito dalla Longanesi uscito nel 1983. Ovvero 43 anni fa, di cui vado orgoglioso. Vincitore del Premio Coni per la Letteratura Sportiva. Presentato nella popolare trasmissione Rai, “Dribbling” condotta da Gianni Minà, genio e follia nel senso più positivo, da Nino Benvenuti e da un certo Muhammad Alì. Valutate voi se è poco.                                                                                                     

 Torno a Franco Dominici. Sempre sul Corriere dello Sport, nel 1988 scrisse dieci puntate titolate “Le confessioni di Steve Klaus”. articoli imperdibili che conservo e rispolvero per documentarmi sulla carriera di colui che in molti, compreso il sottoscritto, indicano come il più grande insegnante di pugilato, oltre che abilissimo tessitore nei rapporti tra i vari organizzatori, procuratore e manager di tanti campioni Parto da questa considerazione per affermare che anche l’Italia ha avuto due grandi allenatori: Natalino Rea e Franco Falcinelli, capaci di conquistare trionfi ai massimi livelli come nessun altro. Klaus ebbe come allievo proprio Natalino Rea dal 1940 al 1957.                                                                                                                                            

Chi era Steve Klaus?  Figlio di una famiglia ungherese emigrata negli USA alla fine del 1800, padre meccanico e mamma Rosa sarta, Steva nasce il 6 giugno 1904 a Pittsburgh in Pennsylvania. E’ il primogenito, in rapida successione arrivano Arthur e Francesca che nasce qualche mese dopo la morte del papà. Steve ha cinque anni. A quel punto la madre decide di tornare a Gyarmat un paesino di mille abitanti nel Nord dell’Ungheria, dove vivono i parenti. I nonni paterni rifiutano di ospitarli, contrari al matrimonio del figlio con Rosa. Resasi consapevole della povertà della zona, affida i tre figli alla zia Elisabetta e nel 1912 torna negli USA, dove riprende il lavoro di sarta. La guerra del 1915-18 li separa per quasi un decennio. Quando nel 2020 ritorna, i tre figli stentano a riconoscerla. Steve ha 16 anni e la permanenza a Gyarmat non è stata per nulla facile. Lavorava in campagna, sempre affamato, rubava uova e latte e lo zio lo puniva duramente. La mamma cerca di trovare una sistemazione nella terra natale, ma è tutto inutile. Nel 2021 torna negli USA con i tre figli e sbarca a New York, dove abitava e lavorava a Long Island.

Il giovanotto apprende la dura legge della strada, rischiando grosso. La mamma lo aveva indirizzato a scuola di violino, ma lui ha altre idee. Entra nel gym YMCA dove non si tirano solo pugni, ma si organizzano anche viaggi rischiosi. Uno è quello di trasportare whisky, siamo nel periodo del proibizionismo. Con un amico ci prova,ma la polizia li ferma e finiscono al fresco. Li salva l’amicizia di uno dei poliziotti che frequenta il gym dove si allena anche Steve. Si era sposato da poco e la moglie Anna che conosceva dal tempo dell’asilo, lo sconsiglia di andare ad una cena e lui rinuncia. La mattina dopo legge sul giornale “Il gangster Duch Schulz ucciso ieri sera assieme a tre suoi uomini. Il socio Marco Kropar è moribondo”. Con Marco sono cresciuti insieme e proprio lui l’aveva invitato. Il debutto sul ring data 1928 a 22 anni, da peso gallo, ma deve smettere quasi subito, a causa di un’ernia trascurata. A quel punto inizia la strada di Steve come maestro. Un percorso lungo e non facile. Inizia al West Side Boxing Club a Manhattan, diretto da Jimmie Kelley, il suo primo insegnante. Nel 1930, l’ex campione del mondo Gene Tunney acquista la palestra e nomina Steve presidente, ruolo che mantiene per un paio d’anni, poi passa allo Stillman’s Gymnasiun nell’Ottava Avenue, dove passarono tutti i campioni dell’epoca, da Dempsey a Carpentier, da Joe Louis a Carnera e Rocky Marciano. Stillman dirigeva il movimento con modi spicci, considerato che la palestra era frequentata da pugili spesso legati alla mafia.

Per far capire chi è, porta una pistola ben visibile alla cintura. Steve fa utile esperienza sotto la guida di Jimmy DeForest, che nel suo curriculum aveva dato lezione a campioni come Barney Ross, Bob Olin, Al Roth, Lou Amber, Nathan Mann. Ad ascoltare i suoi consigli anche i nostri Enrico Venturi, Anacleto Locatelli e Aldo Spoldi. Lo Stillman era famoso anche per il fatto che si poteva fumare e il pavimento veniva lavato raramente. Resta operativa dal 1919 alla fine del 1959.  Allo Stillman si allenava anche Tony Kocsis, un peso gallo campione d’Ungheria nel 1932, trasferitosi a New York in cerca di fortuna sul ring. Aveva fatto parte della nazionale e lo mette in contatto con la federazione magiara. La trattativa sfocia con l’assunzione di Klaus a dirigere la nazionale. E’ il 1931 e l’anno dopo ai Giochi di Los Angeles, porta all’oro il mosca Istvan Enekes che aveva battuto l’azzurro Rodriguez Edelweiss. Quattro anni dopo a Berlino, col leggero Imre Harangi bissa il successo. Edoardo Mazzia, segretario della federboxe italiana, già a Los Angeles aveva proposto a Klaus di guidare l’Italia. La trattativa non ebbe successo perché Steve era impegnato anche sul fronte dei professionisti. A Berlino andò meglio e il primo novembre 1937, Klaus firma il contratto per guidare l’Italia.

Sorprende la modestia dell’ingaggio: 1500 dollari per un anno. Si verrà a sapere qualche anno dopo, che l’arrivo in Italia fu letteralmente una precipitosa fuga. Un gangster detto il Lupo lo inseguiva per farlo fuori. La faccenda data dal 1934, quando Cleto Locatelli appena sbarcato a New York affronta Tony Canzoneri, un “paesano” che ha perduto la cintura leggeri, qualche mese prima ad opera di Barney Ross e intende riprendersela. Il match è equilibratissimo, la giuria premia Canzoneri, tra i fischi del pubblico. Locatelli si affida a Steve Klaus, ma anche altri hanno adocchiato il pugile italiano. Entra allo Stillman un tipo che in modo esplicito dice di voler mettere sotto contratto il pugile. Steve rifiuta l’offerta, ma il soggetto insiste e Klaus spazientito, lo sbatte fuori, dopo avergli rifilato un paio di cazzotti. Lou Stillman osserva la scena ed esclama: “Sai chi è quello? Un killer professionista, lo chiamano Lupo Solitario, uno che lavora per gente importante. Scappa se vuoi salvarti la pelle”. In tutta fretta va da un cugino in Pennsylvania, senza dire niente a nessuno. Torna a casa dopo un paio di mesi, sperando che la faccenda sia chiusa. Errore, qualche anno dopo, scende dalla macchina e lo sfiora una pallottola. A quel punto capisce che l’aria di New York è troppo rischiosa.

Per questo accetta l’incarico in Italia. La carica dura quasi un ventennio, fino ai Giochi di Melbourne 1956. Alla vigila dell’evento si presenta un dirigente federale per fargli firmare l’approvazione della formazione decisa dalla Commissione Tecnica. Klaus appone due firme, la prima di approvazione, la seconda delle dimissioni dopo quei Giochi. In precedenza la squadra l’aveva sempre decisa lui e visti i successi a pieno titolo. Nel 1948 a Londra, vince l’oro olimpico con Ernesto Formenti che aveva sostituito Duilio Loi, tornato a casa anzitempo, piuttosto che rinunciare a fumare. Oltre agli argenti di Spartaco Bandinelli battuto in finale dall’argentino Pasqual Perez che da professionista spopolò nella categoria minima e del sardo Gianni Zuddas. A completamento i bronzi di Sandro D’Ottavio e Ivano Fontana. Con l’Italia prima nella classifica generale. Quattro anni dopo a Helsinki in Finlandia, il genovese Aureliano Bolognesi a sorpresa si aggiudica il titolo a cinque cerchi. Argento per Sergio Caprari e bronzo a Bruno Visentin. A Melbourne il disagio della situazione ebbe un peso notevole. Nei mosca il futuro campione del mondo pro, Salvatore Burruni,  esce all’esordio. Il medio Giulio Rinaldi la punta azzurra, è fuori peso.  Salvano l’Italia l’argento del livornese Franco Nenci e il bronzo del ligure Giacomo Bozzano. Al rientro a Roma, Klaus lascia polemicamente la nazionale. Il suo posto le prende il suo vice Natalino Rea. Che dimostrerà di aver fatto tesoro della lunga esperienza col maestro dei maestri.                                                                                                                                                 

Giuliano Orlando