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La storia del calcio italiano è costellata di presidenti che hanno riempito di colore le giornate dei nostri fine settimana.
A volte sono troppo ingombranti, altre inopportuni e altre ancora dei signori.
Una sola cosa è certa. La figura del patron carismatico, che sbraita in conferenza, fa scelte incomprensibili e poi (non) se ne assume la responsabilità con squadra e tifosi, sta scomparendo.
La conseguenza è un rapido aumento delle proprietà straniere. Controllo “decentralizzato” e strategie di sviluppo ancorate alla logica di profitto più che a un progetto sportivo.
Questo futuro è una perdita di identità o un’opportunità di crescita?
A differenza della Premier, i proprietari delle squadre di Serie A sono per tradizione molto presenti nel quotidiano.
Si fanno vedere spesso al centro sportivo e hanno le mani in pasta su tutto: dal mercato alla gestione delle risorse umane più importanti.
Un buon presidente conosce personalmente i propri giocatori e cerca di costruire un legame con loro, facendo capire cosa vuol dire giocare nella squadra facendoli crescere come umani prima che come giocatori.
La Juve in questo senso, è stata molto brava a gestire la situazione Fagioli, assicurando al ragazzo, che era dipendente e giocava sui migliori siti scommesse, un recupero immediato.
Il primo nome illustre, che non possiamo pensare di non citare in un articolo di questo genere, è sicuramente Silvio Berlusconi. L’ex presidente del consiglio ha inventato a tutti gli effetti il presidente-showman.
Il carisma di Berlusconi era tale che il Milan negli anni del suo controllo fece un passo ulteriore sulla cima dei club più importanti della storia. Ben 29 trofei ufficiali in 31 anni di presidenza, numeri che lo rendono il più titolato della storia rossonera.
Sguardo magnetico e spiritoso, la battuta pronta, sempre sulla bocca di tutti. Berlusconi è stato uno dei primi a trasformare il calcio in un prodotto mediatico prima che sportivo.
Gianni Agnelli, meglio conosciuto come l’Avvocato, è l'opposto. Posato e riservato, incarna perfettamente la nobiltà che sprigiona la città di Torino nelle sue strade.
Ha portato il binomio Juventus-Fiat a primeggiare prima in Italia e poi nel mondo.
Berlusconi scherza, Agnelli non ne ha mai avuto il bisogno.
Entrambi hanno determinato la storia del calcio italiano, grazie agli imperi che hanno saputo costruire.
L’eccentricità è una delle caratteristiche che più hanno caratterizzato negli anni i numeri uno delle società calcistiche italiane. Uno su tutti, l’eterno insoddisfatto Maurizio Zamparini, ex patron del Palermo.
La stagione 2015/2016 dei rosanero è il manifesto della sua presidenza. Via Iachini alla tredicesima giornata, prende Ballardini e lo caccia dopo sei giornate. Viviani, Bosi e Tedesco si alternano per altre sei giornate, facendo le veci di Schelotto che non poteva allenare in Europa in mancanza di valido tesserino. Altra sconfitta, altro allenatore. Viene richiamato Iachini, che si dimette dopo tre giornate accusando il suo numero uno di averlo chiamato “deficiente con mentalità da perdente”.
Zamparini allora punta forte su Novellino, unico mister che vantava di non essere mai stato esonerato dal presidente. Il record dura quattro giornate: l’incarico torna a Ballardini, che salva la squadra all'ultima giornata.
Zamparini credeva che cambiare costantemente trovasse la scintilla. Folle? Forse, ma pur sempre un metodo. L’intenzione non è romanticizzare quella che si è rivelata una strategia fallimentare, ma solo rendere l’idea di come il presidente e la sua ossessione fossero parte integrante dell'identità del Palermo in quegli anni.
Oggi i fondi stranieri cercano di replicare il modello con colpi a effetto, vedi le importanti iniezioni di capitale per il mercato previste da RedBird al Milan.
Ma manca l'autenticità di un patron che è tifoso, pazzo e visionario insieme. Manca la figura di un trascinatore di piazze, demagogo a tratti, ma in grado di fare da parafulmini a giocatori e allenatore.
Oggi, l’unico esempio calzante lo troviamo a Napoli, con Aurelio De Laurentiis. Sarà un caso che gli azzurri hanno raddoppiato il loro numero di scudetti — passando da due a quattro — nel giro di un paio d’anni?
La tribuna d'onore vuota non è progresso. È solo perdita di colore.