Italrugby, mai così male: retroscena di una crisi

2016-03-23 18:08:30
Pubblicato il 23 marzo 2016 alle 18:08:30
Categoria: Rugby
Autore: Redazione Datasport.it

"Il rugby? Ah, quelli che si passano indietro il pallone. Ma perché li fanno giocare al Sei Nazioni se non vincono mai una partita?”

Primo tempo
L'Italia viene ammessa al gotha del rugby. Il Cinque Nazioni si allarga a sei, con Francia, Irlanda, Inghilterra,Galles e  Scozia ci sono anche gli azzurri. A Murrayfield si fa la storia, battendo all'esordio la Scozia e mettendo a tacere i più scettici. È il trionfo del rugby Italiano, la meta più bella. Rimarrà la sola vittoria del 2000, ma non importa. L'Italia è degna di stare con le grandi.

Secondo tempo
Per rivedere un successo azzurro bisogna aspettare il 2003 (Galles). Finisce lì, perché poi arrivano altre sconfitte più o meno onorevoli. L'Italia si difende, ma alla fine ne prende sempre. Ogni tanto un'impresa, mai più di due nello stesso torneo: 2007 e 2013 sono le nostre migliori prestazioni, quando alle spalle ci mettiamo due squadre. Il resto sono tanti cucchiai di legno.

Terzo tempo
Altro che buffet. Qui non ci sono neppure birra e salsicce. Perché la sconfitta del rugby italiano non è quella del peggior Sei Nazioni di sempre, concluso senza vittorie e con una serie di record negativi. Fosse solo quello, basterebbe una grigliata con qualche bionda per digerire un torneo andato male. Quella dell’Italrugby, piuttosto, è la sconfitta di un intero movimento alla ricerca di se stesso, dove le divisioni superano i migliori propositi di crescita, quasi dimenticandosi gli indiscussi valori trasmessi dal mondo della palla ovale anche e soprattutto fuori dal campo. Dove dirigenti e vecchie glorie si fanno la guerra per indicare una strada che le grandi percorrono a occhi chiusi da una vita, le emergenti hanno appena imboccato, mentre qui ancora si fatica a trovare.

Il movimento
Se i risultati della Nazionale sono sotto gli occhi di tutti, meno evidente per chi non mastica rugby e conosce giusto Parisse e Castrogiovanni è lo stato attuale di un sport cresciuto sì nei numeri ma ben lontano dal professionismo. Pur essendo quello della Fir, con oltre 40 milioni di fatturato, un bilancio secondo solo al calcio e il numero di chi pratica rugby in costante crescita negli anni, i campionati, compresa l'Eccellenza, sono scadenti e poco attraenti, le franchigie un costo imbarazzante se confrontato con i risultati nel Pro12, e le strutture di moltissime società ormai al limite dell'agibilità salvo rare eccezioni. Il cambio generazionale ha portato a giovani che escono dalle accademie e che non sono pronti a indossare la maglia azzurra perché senza esperienza. Sotto Roma, infine, si è perso il radicamento che negli anni Ottanta/Novanta aveva visto squadre come Catania competere stabilmente con le migliori.

Verso le elezioni federali
Tempo e pazienza,
si chiede da una parte; teste e nuovi progetti, dall’altra. Dare ragione a qualcuno sarebbe difficile anche per un giudice; studiare e trovare una soluzione, invece, spetta proprio a chi mangia pane e rugby tutti i giorni. Da una parte una Federazione che ha scelto il modello francese, strutturato appunto con centri di formazione e accademie per far crescere i giovani e prepararli alle grandi sfide internazionali dopo l'approdo in franchigia. Dall’altra chi, invece, se non critica e basta il modello perché in fondo alcune idee non sono del tutto sbagliate, al tempo stesso mette sul banco degli imputati i personaggi che lo propongono e la mancata formazione di tecnici in grado di portarlo avanti. Denunciando talvolta giochi di potere, poltrone da mantenere o più semplicemente incapacità gestionali prontamente respinte al mittente dagli organi federali e dagli inguaribili ottimisti.Finora uno scontro non sempre amichevole a colpi di dichiarazioni, in autunno il decisivo test match alle urne.

Alfredo Gavazzi, presidente Fir
Si voterà per la presidenza della Federazione, con Alfredo Gavazzi, 65 anni di Calvisano, candidato per un secondo mandato di quattro anni. Ne chiede altri tre o quattro per vedere i frutti del percorso intrapreso, di certo non lo aiuta il “bicchiere” di risultati che, dopo questo Sei Nazioni, solo lui e pochi altri riescono a vedere mezzo pieno. Al momento corre da solo: di sfidanti, infatti, neanche l'ombra, ma una serie di movimenti/associazioni, quelli sì in contrasto con l'attuale dirigenza, si è fatta avanti con intenti politici apertamente dichiarati e/o, almeno per ora, come laboratorio di idee per individuare nuove strade.

Pronti al cambiamento
Il primo, “Pronti al cambiamento”, è un vero e proprio comitato elettorale che parte dal Veneto e si allarga a Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, ma anche Toscana, Abruzzo e Sicilia. Fa capo a Marzio Innocenti, 57enne livornese di nascita ma padovano di adozione e presidente del Comitato regionale Veneto della Fir: contesta un progetto che non ha dato i risultati sperati, vuoi per le accademie e i centri di formazione che così gestiti sono più uno spreco di risorse, vuoi per la mancata preparazione di tecnici competenti, ma soprattutto perché, dice Innocenzi in un'intervista a Onrugby.it, “la nazionalizzazione del nostro rugby, come l'ha definita Roberto Falchini, ha portato a uno sfilacciamento del tessuto dei club. Il fulcro del rugby italiano sono sempre state e sempre saranno le società. Quello che mi preoccupa è mantenere il cuore pulsante dei club”.

TerreOvali
Alle società come punto di ripartenza pensa anche “Terre ovali”, neonata associazione (www.terreovali.it) che invece schiera una squadra di “capitani” guidati da Massimo Giovanelli e con dentro Marcello Cuttitta, Stefano Bordon, Luigi Antonio Francescato, Mario Privitera solo per citarne alcuni. Ex campioni del passato tornati a giocare non a rugby, ma per il rugby: vogliono “raccogliere le voci di tutte le terre di rugby d’Italia, coinvolgendo in un’analisi approfondita tutto il movimento, a partire da chi tutti i giorni con tenacia e fatica porta avanti l’attività delle società sul territorio”.

Politica ovale
La voglia di risollevare il rugby italiano c'è, così come l'attenzione verso uno sport al quale adesso si chiede uno sforzo maggiore per non perdere un patrimonio costruito faticosamente nel tempo. Piuttosto, vista da fuori, manca la volontà di mettersi seriamente a un tavolo per trovare una soluzione condivisa, riconoscendo sconfitte e vittorie ma sempre nel rispetto dell'avversario. Un terzo tempo, insomma. Ma quando poi entra in gioco la politica, birra e salsicce non bastano più. E la campagna elettorale per la presidenza federale rischia di diventare un ulteriore terreno di scontro, anziché di confronto, che darebbe ragione a chi ancora si chiede: “Il rugby? Ah, quelli che si passano indietro il pallone. Ma perché li fanno ancora giocare al Sei Nazioni se non vincono mai una partita?”. A quel punto, non sapremmo che rispondere. O forse sì.