Rugby: Azzurri, al Sei Nazioni tanto giovane… Troppo?

2018-02-02 15:02:20
Pubblicato il 2 febbraio 2018 alle 15:02:20
Categoria: Senators
Autore: Luca Servadei

Febbraio. Ritorna il Sei Nazioni. Il torneo più famoso del mondo ovale. Ma che interessa sempre più anche chi non è strettamente neofita del movimento. L’Italia ne fa parte dal 2000, dopo l’ammissione del 1998, con tanto di partite ufficiali di acclimatamento, così, per assaggiare la minestra che poi ci sarebbe toccata di là a venire. Diciotto partecipazioni, ben sette i cucchiai di legno. Cioè l’ultimo posto con tutte sconfitte. E naturalmente nessuna vittoria nell’albo d’oro.

Speranze, ottimismo, aspettative, timori per questo nuovo torneo che si apre. Un po’ di tutto. Conor O’Shea, il tecnico irlandese da due stagioni alla guida della nostra nazionale, ora a capo di un robusto “squadron team” di allenatori per ogni settore, predica ottimismo. La stampa è lì, pugnal tra i denti, in trincea pronta a celebrare il trionfo, anche se per una sola vittoria, meglio che niente, ma altrettanto rapida nel crucifige per il consueto disastro. Il pubblico, parte di addetti ai lavori, cioè giocatori dirigenti tecnici arbitri, che spera di evitare brutte figure. O il semplice pubblico che chiede soltanto di potersi divertire, mescolandosi con i fans stranieri cantando, con una pinta di birra in mano.


Articolo scritto da Carlo Gobbi (SportSenators.it). Per continuare a leggere l'articolo, clicca QUI.