Rugby, Giovanelli: "Fir? Incapaci di gestire il cambiamento"

2016-03-23 20:38:10
Pubblicato il 23 marzo 2016 alle 20:38:10
Categoria: Rugby
Autore: Redazione Datasport.it

Una sola ricetta possibile: per dare una svolta al rugby italiano serve una rivoluzione che parta dall’azzeramento dei vertici federali. Perché, secondo lui, quei dirigenti buoni per una transizione si sono dimostrati assolutamente incapaci a gestire il cambiamento. La vede così Massimo Giovanelli, capitano storico della Nazionale che trionfò in Scozia all’esordio nel Sei Nazioni e oggi fondatore di Terre Ovali, associazione in aperto contrasto con la Federazione italiana rugby.

Una ricetta che proprio Giovanelli ci illustra in una lunga chiacchierata partendo dall'ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni. "Fu un golpe - attacca Giovanelli -. Sapevamo di essere inferiori e lo sapeva anche l'Internatioal Board che però aveva bisogno dell'Italia per un discorso sostanzialmente economico, perché una squadra in più nel torneo significava maggiori introiti da televisioni, biglietti e sponsor. L’accordo, però, era di mettersi al passo con le altre, cosa che non abbiamo fatto. L’errore più grande? Si è puntato subito a fare risultato, spremendo giocatori e bruciandone altri, senza una vera programmazione e subendo il cambio generazionale. Una follia aver pensato di essere competitivi in Europa, con squadre imbottite di stranieri: come spesso succde in Italia si è scelto la via breve per ottenere risultati che non abbiamo ottenuto”.

L’analisi si fa lunga e complessa concentrandosi sull’incapacità gestionale degli attuali dirigenti: “Buoni per una transizione ma non per una gestione basata su politiche accentratrici - spiega Giovanelli -. Bisogna invece delegare a persone capaci di prevedere cosa succederà tra dieci anni e sapere su chi puntare già da quando i ragazzi hanno 14 anni. L’altra sfida persa? Voler far diventare il rugby lo sport nazionale. E invece non siamo sul territorio, al Sud non c’è più una squadra e in Eccellenza mancano i capoluoghi: non siamo a Milano, a Roma, a Napoli, a Palermo, a Torino.”

Dobbiamo andare a prendere i ragazzi alle periferie delle grandi città - continua Giovanelli -, dare un indirizzo ai club come amministrazione del rugby, sostenendo delle associazioni provinciali che siano una sorta di mini-franchigie partecipate dai club. E poi fare una spending review delle finanze, che ci sono ma sono gestite male, e andare a prendere quelle latenti, proponendo progetti innovativi con le scuole, le università, le società. Serve una rivoluzione culturale mettendo da parte i campanilismi, uscendo dalla logica del cortiletto, dove il rugby sia un modello. Di tempo non ce n’è più, e questa dirigenza in questi anni ha dimostrato di non saper cambiare”.