Rugby, De Rossi: "Cambiamento in atto, ma..."

2016-03-23 19:42:04
Pubblicato il 23 marzo 2016 alle 19:42:04
Categoria: Rugby
Autore: Redazione Datasport.it

Il campo non lo ha mai lasciato, iniziando ad allenare quando ancora spingeva in mischia. Mille battaglie con le maglie di Livorno, Calvisano, Parma, Prato, quattro finali scudetto perse, ma anche la soddisfazione di guidare la Nazionale da capitano fino al 2004. Oggi team manager delle Zebre, Andrea De Rossi vive di rugby e per il rugby. Anche dietro una scrivania, dove cerca di dare il proprio contributo a un movimento in forte crisi e che necessita di un cambio di rotta. Cambiamento che, in realtà, per De Rossi è già in atto, per quanto lui stesso ammetta candidamente che più di tanto non si può fare quando i budget sono limitati.

Al bar siamo tutti allenatori, dirigenti o ex giocatori - attacca De Rossi  - ma poi per parlare bisogna conoscere le cose. Di certo non si può lottare contro la cultura del calcio, ma possiamo migliorare, questo sì”. Parte dalla Nazionale e arriva al lavoro delle franchigie, che conosce bene: “La sostituzione di Brunel, intanto, è il segnale che qualcosa non ha funzionato - spiega De Rossi - altrimenti un allenatore può rimanere anche sette o otto anni. E per quanto riguarda le franchigie non è vero che si privilegia gli stranieri a discapito dei nostri giovani, o almeno non è più così: il prossimo anno in Nazionale ci saranno 11 tre quarti delle Zebre. E' segno che qualcosa è stato fatto e anche a Treviso stanno andando in questa direzione. Se poi un paio di giocatori sono sfuggiti alle accademie non se ne può fare un caso".

De Rossi non nega, però, che manchi un collegamento con i club e che il campionato di Eccellenza non sia all’altezza: “Prima in Italia venivano a giocare anche ex campioni del mondo, adesso con budget diversi non è più possibile. I club? Serve una guida dall’alto - dice - e forse questo è quello che manca alla Federazione: una figura che faccia da raccordo con le società, che possa aiutare i club a collaborare con le franchigie e di conseguenza con la Nazionale. E poi bisogna formare meglio i tecnici. Il progetto c’è, ma è anche vero che se parliamo di professionismo siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi. Oggi non siamo in tanti a poter dire di vivere di rugby e chissà se mai lo saremo, però dobbiamo arrivare a poter garantire un futuro a un maggior numero di persone".