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di Xavier Jacobelli, direttore www.quotidiano.net.
Ha ragione Gianluigi Buffon, al rientro in Nazionale otto mesi dopo il disastro sudafricano e, domani sera a Dortmund, unico reduce dell'indimenticabile semifinale mondiale 2006 che fece piangere i tedeschi: "Almeno noi calciatori proviamo a dare dell'Italia l'immagine di una nazione forte, unita, di primo piano". Il capitano degli azzurri sa bene che, in questi giorni, in queste settimane, in Germania, come in mezzo mondo, ci stanno facendo a pezzi per via del Bunga Bunga, il Rubygate e le altre ributtanti storie ammanniteci dalla cronaca di questo tempo di melma. A Dortmund, poi, non hanno mai dimenticato la cocente delusione patita contro la squadra di Lippi che fece fuori il Paese organizzatore i cui tifosi erano già convinti di andare a Berlino per la finale. Sono passati quattro anni e mezzo e molto è cambiato. In Sudafrica, purtroppo, Lippi ha demolito il capolavoro della sua vita; degli Eroi del 9 luglio sono rimasti solo Buffon e De Rossi, la Nazionale è un cantiere aperto come lo è l'Under 21 che Ferrara sta pazientemente ricostruendo e il successo di Empoli sugli inglesi, grazie al rigore di Macheda, è stato davvero incoraggiante.
Prandelli ha chiamato i giocatori più in forma e ha fatto bene. Certo, nel novero non sarebbe dovuto rientrare Cassano, che ha bisogno di tempo per riguadagnare la migliore condizione, ma il ct ha detto sin dal primo giorno che la sua sarebbe stata l'Italia di Cassano e adesso che il barese ha ricominciato a giocare in campionato, deve giocare anche in azzurro. Dove si ricompone l'ex coppia doriana con Pazzini, che farà venire il magone ai tifosi blucerchiati. Poi c'è Thiago Motta, brasiliano-rodigino di Polesella, dopo Amauri e Ledesma terzo nuovo italiano chiamato dal selezionatore. Scelta azzeccata, considerato che l'interista è fra i centrocampisti più in forma della serie A. Scelta resa ancora più felice dalla netta presa di posizione di Prandelli contro le stucchevoli diatribe sul ruolo degli oriundi, degli extracomunitari e via discettando del nulla. La globalizzazione non è un'invenzione e fa pure rima.
Basta guardare all'organico multietnico di Loew, vice di Klinsmann nel 2006, pronto a schierare Khedira e Ozil e a rimandare in campo Lahm, Schweinsteiger, Klose, Mertesacker, Friedrich e Podolski che c'erano nella notte in cui Grosso e Del Piero spazzarono via i sogni di un intero Paese. Aspettando Balotelli (che se pensasse più al City e meno a Sanremo farebbe soltanto la cosa giusta), l'Italia di Prandelli in Germania si gioca molto del suo futuro. Il test è di quelli severi: una sfida con la Germania non può essere né sarà mai un'amichevole. I tedeschi non ci battono dal 21 giugno 1995, triangolare di Zurigo per celebrare i cent'anni della federcalcio svizzera. Prandelli dice che vuole imitare Bearzot, esaltando la cultura del gruppo. La strada è giusta e Dortmund è già un bivio.
di Xavier Jacobelli
direttore www.quotidiano.net
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