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Rocky Marciano arriva in Italia il primo settembre 1964.

Pubblicato il 21 agosto 2026 alle 05:08
Categoria: Boxe
Autore: Wilma Gagliardi

  Soggiorna a Roma e a sorpresa visita Ripa Teatina, dove era nato il padre. Il motivo? Interessato a degustare la più deliziosa porchetta d’Italia.  

di Giuliano Orlando

 

 

Ho conosciuto Rocky Marciano il 22 marzo 1967 al Madison di New York in occasione della difesa di Muhammad Alì, non più Cassius Clay, contro Zora Folley, un gigante d’ebano, finito KO alla settima ripresa. Dopo quel match Alì restò fermo fino al 26 ottobre 1970. Dieci giorni dopo quella la vittoria, riceve una lettera da parte del Presidente degli Stati Uniti che lo invita a presentarsi alla Commissione dell’ufficio di arruolamento di Houston nel Texas, al 701 San Jacinto Street alle 8.30 del 28 aprile 1967. Il rifiuto di arruolarsi e andare in Vietnam, con la famosa frase: “Perché dovrei combattere contro i vietnamiti che non mi hanno fatto nulla di male?” passò alla storia. E gli costò, oltre allo stop agonistico, migliaia di dollari, tra cauzioni e avvocati, in aggiunta alla velenosa campagna di stampa, per il rifiuto all’arruolamento. Conobbe anche il carcere, ma non cambiò mai idea. Quell’esperienza fu il capitolo iniziale che lo fece diventare il simbolo del riscatto degli uomini di colore. Proseguendo sulla strada aperta dal reverendo Martin Luther King", ucciso il 4 aprile 1968 a Memphis (Tennessee), presente per sostenere lo sciopero degli spazzini, che chiedevano un aumento del salario da fame. A ucciderlo James Earl Ray, un criminale razzista, catturato circa due mesi dopo a Londra, dove pensava di essere al sicuro.                                                                                             

Era la mia prima volta negli USA. Il viaggio comprendeva molti degli ex campioni nei vari sport. Lo aveva organizzato Aldo Spoldi, un ex pugile milanese, detto Kid Dinamite, per la potenza del destro, campione europeo nel 1938 che aveva svolto la maggior parte della carriera negli States, affrontando il meglio dai piuma ai welter. Tra i quali per tre volte, un certo Henry Armstrong (149-21-10), attivo dal 1931 al 1945, iridato piuma, leggeri e welter, tra il 1935 e il 1941, considerato uno dei più grandi in assoluto. Una volta ritiratosi, divenne pastore evangelico. Alla fine degli anni ’70, Aldo Spoldi sposò una giudice, andando ad abitare a San Diego nell’elegante quartiere La Jolla in California, dove iniziammo una lunga corrispondenza, durata praticamente fino alla sua morte.  Avvenuta il 19 novembre 1997. La moglie Ethel Clay, esaudì il suo desiderio di essere sepolto a Castiglione d’Adda nel lodigiano in Lombardia dove era nato il 23 gennaio 1912. Debbo dire con tristezza che in quell’occasione l’unico giornalista presente era il sottoscritto. Tristissimo per un pugile che ha onorato l’Italia, campione d’Europa, attivo dal 1930 al 1945 con un record di 99 vittorie, 38 sconfitte e 8 pareggi.  In quel 22 marzo 1967 al Madison, proprio Spoldi mi presentò a Marciano, piuttosto in carne. Anche se il sorriso conquistava tutti. Si sforzò di parlare in italiano, in realtà un abruzzese che risultava incredibilmente simpatico, ricordando la sua unica volta in Italia nel 1964, invitato dall’organizzatore romano Eduino Zucchet, per trattare una grande riunione in Italia con la presenza di campioni italoamericani. Il programma prevedeva un soggiorno romano di pochi giorni. A sorpresa, avvenne una novità che lo portò a Ripa Teatina nel chietino.

Dove nel 1895 era nato papà Quirino, partito col padre Francesco Rocco Marcheggiano il 14 marzo 1912 sul piroscafo “Canada”, che dieci giorni dopo li avrebbe sbarcati a New York.  Per proseguire fino a Brockton nel Massachusetts, dove avrebbe trovato lavoro, grazie all’interessamento di Daniele Salvatore lo zio di Querino. Marciano mi ricordò il ritorno a Roma e poi a Ripa, senza specificarmi altro. Confesso che non conoscevo il motivo della visita a Ripa Teatina. Ad informarmi, era il 2018, fu Mario De Marco della Pro Loco di Ripa, facendomi conoscere il motivo dell’arrivo di Marciano nella terra del padre, mettendomi in contatto con Francesco e Renato Bucci, due dei sei figli di Antonio, a giusta ragione definito il re della Porchetta. Nel suo negozio posto nella via principale di Ripa Teatina, campeggiava l’emblematica insegna: “Premiata Casa della Porchetta Bucci Antonio”.  Ricorda Francesco, che all’epoca aveva 9 anni: “Era il primo settembre 1964, e coincideva con i 41 anni del grande campione. Papà venne informato da Manlio Musci il giornalista del Corriere d’Abruzzo. Come l’avesse saputo, mio padre non se lo domandò. D’altronde la sua notorietà aveva superato addirittura i confini nazionali”.  A conferma di quanto mi disse Francesco, in quel 1964, papà Antonio aveva vinto per l’ennesima volta il Premio Nazionale di Campli nel teramano, nato nel 1972, la più antica istituzione ancora operativa – come mi conferma il dottor Mauro Petrucci, ex sindaco di Ripa Teatina e fondatore nel 2005 del Premio Marciano. Per festeggiare l’evento, era stata invitata Viviana Orfei la figlia di Moira. A convincere Marciano fu l’assicurazione che il giorno dopo Antonio ne avrebbe preparata un’altra, forse ancora più deliziosa.

Avuta questa assicurazione, non ebbe alcun dubbio per venire a Ripa.  E’ ancora Francesco a darmi ulteriori informazioni: “Papà chiama Angelo D’Onofri il banditore di Ripa affinché informasse tutto il paese dell’arrivo di Marciano. Come fecero le autorità cittadine. A metà pomeriggio arriva il grande campione su una FIAT 125 rossa. Accolto dagli applausi dell’intero paese, che lo stringe in un abbraccio corale. Si ferma davanti al Comune, atteso da tutte autorità col sindaco Vincenzo De Francesco in testa e gli assessori accanto. Viene fatto salire nel salone d’Onore, dove gli conferiscono la cittadinanza onoraria. Quando iniziano i discorsi ufficiali lascia capire di aver fretta volendo conoscere papà”. Anche in questa occasione conferma la sua praticità, abbreviando al massimo le lungaggini ufficiali. Riprende Francesco: “Risale in macchina e si ferma davanti al nostro negozio. Tende la mano a mio padre Antonio, chiedendo in abruzzese di vedere la porchetta. Papà l’aveva già pronta sul carrello e gli offrì il coltello per il taglio. Marciano dimostrò di saperci fare, affondando la lama dietro l’attaccatura della testa del porcellino, assaggiando e apprezzando, con un grande sorriso, quella tenera carne. Non solo, quando mio padre lo informò che il giorno dopo avrebbe preparato una seconda porchetta, forse migliore della prima, rinviò il ritorno a Roma.  Visitò la casa dei nonni e dei genitori e fino a sera si intrattenne con la gente del posto. Entrò nei bar e nelle osterie, accettando birre e caffè, con grande cordialità. Prese alloggio in un albergo a Pescara, per tornare il giorno dopo”.                                   

Nel suo giro a Ripa, notò un giovanotto dalla struttura atletica che sovrastava tutti in altezza. Lo invitò in America per praticare la boxe. Il gigante si chiamava Antonio Burlafante, aveva trent’anni e qualche tempo prima era già stato in palestra, ma aveva dovute smettere, impegnato ad accudire il padre e la sorella. Qualcuno gli chiese se era vero che nascondeva i guadagni nel serbatoio del water e lui ridendo confermò il quanto.                                                                                                                                                                                       

Renato il primo dei fratelli, residente a Milano, scomparso qualche anno fa, in quel 2018, arricchì il racconto dell’unica visita del grande campione, con un episodio sepolto nelle carte comunali datato 1953, l’anno dopo la conquista del mondiale pesi massimi sconfiggendo Jersey Joe Walcott il 23 settembre prima a Filadelfia e a distanza di otto mesi in rivincita, a Chicago. In entrambe le occasioni nel segno del KO.  ”Quando Rocky conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi, l’allora sindaco di Ripa aveva inviato una   lettera al grande campione, chiedendo un aiuto per sistemare il campo sportivo, ridotto male, senza ottenere risposta. La cosa non piacque al sindaco e tanto meno ai riparoli. Nel breve soggiorno a Ripa gli venne chiesto il motivo di quel silenzio.

Marciano non ebbe difficoltà a rispondere. Spiegando che da sempre la corrispondenza veniva sbrigata da alcune volontarie. Non solo, quando si allenava si isolava da tutto, famiglia compresa”.                                                                                                                                                         

Chiedo a Francesco come andò la degustazione della seconda porchetta?                                          “In modo meraviglioso. Papà aveva preparato una maialina da latte squisita. L’aveva posta sul carrello, offrendo a Marciano il coltello speciale che usava per i grandi eventi. Il campione del ring, dimostrò di saperci fare anche in quella occasione, affondando la lama nel punto giusto sul collo. L’assaggio completò il capolavoro. In quell’occasione promise di voler tornare a Ripa, fermandosi più a lungo”.                                            

Riporto quanto ho scritto nel mio libro “Rocky Marciano The King” sull’ultimo volo del grande campione e la propensione ad affrontare ogni pericolo convinto di vincere sempre lui. Anche se la morte di Allie il suo grande amico fin dall’infanzia, avvenuta il 6 gennaio 1969, sembrava un presagio.  Al funerale per la prima volta si commuove e nel suo quaderno personale scrive: “Se vuoi vivere una vita piena, vivila pericolosamente”. Poi aggiunge: “Sei veramente sicuro sia necessario?”.                                                                                

Rocky non ha paura degli aeroplani. In volo è tranquillo. Ha sempre il biglietto prepagato.

La sua popolarità anche dopo il ritiro è illimitata. Ci sono poi gli amici pronti a ospitarlo sul proprio aereo. Con un pericoloso comune denominatore: la scarsa abilità di guida e lo sprezzo del pericolo. Molti di loro hanno pagato con la vita questa scelta. Segnali che non smuovono la filosofia di Marciano. Il fratello Sonny conferma: “Amava la velocità. In auto aveva il piede pesante, un guidatore terribile. Ha subito parecchi incidenti, uscendo sempre senza danni importanti. Come sul ring, non conosceva la paura. L’imprudenza era figlia della sua scelta di vita. Ripeteva: se sei un buon equilibrista devi saper stare sulla corda tesa”.                                                                           Il 30 agosto 1969 si trova a Chicago. Ha salutato Dominic Santelli, dopo aver concretizzato un investimento nel campo dell’edilizia. Vuole tornare a casa, il primo settembre compie 56 anni. Li vuole festeggiare con la famiglia. Partenza prevista per Fort Lauderdale in Florida nel pomeriggio, ma l’amico Frank Farrell, dirigente esecutivo di un’azienda di carni, lo convince a rinviarla, per onorare un invito serale alla Casa della Bistecca di Des Moines, dove può incassare diversi biglietti da mille dollari per un discorso di assoluta tranquillità e di breve durata. Affare fatto. Nella tarda mattinata del 31 agosto, un Cessna 172, monomotore guidato da Glen Belz, pilota anziano e dagli spessi occhiali, con qualche incidente automobilistico alle spalle dovuto all’eccesiva velocità, si alza in volo. Il tempo non è dei migliori.

Piove e nuvole basse potrebbero creare problemi. Ma nessuno dei tre ha dubbi sul decollo. Sono quasi le 21, quando arriva alla torre di controllo di Newton nello Yowa, un messaggio che annuncia l’imminente atterraggio dell’aereo guidato da Belz. La situazione è peggiorata con l’arrivo della nebbia. Il piccolo velivolo, apparentemente senza danni, tocca terra in un vasto appezzamento verde. I guai cominciano subito dopo l’approccio sul prato, quando la traiettoria è bruscamente interrotta con grande violenza da un grosso albero, pare una quercia, che spacca un’ala e scaraventa il resto in un dirupo a poca distanza. La tragedia è completa: i tre passeggieri muoiono sul colpo. Frank Farrell e Glen Belz sbalzati a parecchi metri dal Cessna, che ricopre in parte Rocky Marciano, raccolto come volesse difendersi dal destino infame. La polizia arriva qualche ora dopo, sotto la pioggia e le luci dei fari. Una scena irreale…..  Barbara e la figlia Mary Ann vengono messe al corrente qualche ora dopo nella loro casa di Fort Laundale, mentre stanno preparando gli addobbi per festeggiare il compleanno di Rocky, che ha preannunciato l’arrivo in serata……Giovedì 4 settembre, la cerimonia funebre nella Chiesa di San Colman nel quartiere della sua fanciullezza. La città è ferma, sbigottita e ancora incredula. Ci sono tutti gli amici. Da Detroit arriva Gerald Ford, l’uomo che presiede l’impero dell’auto. Molti pugili ed ex, a cominciare da Willie Pep, Carmen Basilio, Paul Pender e Tony Zale. Joe Louis si commuove sulla bara. Telegrammi giungono da Jake Dempsey, Charles a Walcott, impossibilitati a venire. Non lo dimentica l’ultimo suo rivale, Archie Moore, he manda una delicata e struggente poesia. Tra i giornalisti, presente Nat Fleischer incaricato a redigere il necrologio.                                                                                                                                                                                             

Il destino aveva bruscamente stroncato il futuro e i sogni di un campione che sembrava invincibile. Sicuramente sarebbe tornato con la famiglia in Italia, la patria del padre, fermandosi da Antonio Bucci, il re della porchetta. Purtroppo, il fato aveva deciso diversamente.                                                                                 

Giuliano Orlando