Boxe - L’Italia ai Giochi, un feeling che ha superato il secolo. A Tokyo solo donne

2021-07-21 16:00
Boxe - L’Italia ai Giochi, un feeling che ha superato il secolo. A Tokyo solo donne
Pubblicato il 21 luglio 2021 alle 16:00
Categoria: Olimpiadi Tokyo 2020
Autore: Redazione Datasport

Il feeling del pugilato azzurro con i Giochi olimpici, ha superato il secolo. Per l’esattezza 101 anni, avendo ricevuto il battesimo nel 1920, alla settima edizione, sul ring di Anversa (Belgio). A livello assoluto, l’Italia si affaccia alla grande festa dello sport fin dall’esordio assoluto ad Atene nel 1896, presenti 15 nazioni (246 atleti), nessuna donna. Gli spocchiosi padroni di casa osteggiano il pugilato, nonostante risulti uno degli sport storici in assoluto, presente fin dai tempi dell’antica Grecia. In realtà molte nazioni europee non hanno pugili in grado di far bella figura, per cui dovrebbero rinunciare alle medaglie, che fin da allora rappresentavano un biglietto da visita anche a livello politico. Bocciano la richiesta degli Usa, che insiste inutilmente. Come accadde per il locale Louis Spyridon, vincitore della maratona di 40 km. e diventa l’eroe nazionale. L’Italia ne iscrive sette, ma solo uno raggiunge Atene. Si chiama Carlo Airoldi, lombardo di Origgio, fisico eccezionale: 120 cm. di torace e bicipiti da 45 cm. Ciclista e podista, lottatore e lanciatore. Tra le varie imprese, la sfida con Buffalo Bill al Trotter di Milano. Giunge in Grecia dopo aver percorso a piedi 1338 km. Purtroppo, gli rifiutano l’iscrizione alla maratona, dov’è il netto favorito. Lo considerano un professionista: l’anno prima, incassa 2000 pesetas, quale vincitore della Torino-Barcellona. Nessun italiano ai Giochi? Spunta l’ingegner Giuseppe Rivabella, nato ad Alessandria, residente ad Atene dove gestisce un’impresa di costruzione di ponti e strade. Si iscrive alla gara di tiro con la carabina e salva l’onore azzurro. Le prime medaglie italiane arrivano a Parigi nel 1900, centrando tre ori, nel ciclismo con Ernesto Busoni, nell’equitazione col conte Gian Giorgio Trissino e nella scherma grazie ad Antonio Conte. E due argenti ancora nell’equitazione e nella scherma. Nell’occasione, partecipano anche le donne (22 contro 1448 uomini). Il pugilato si affaccia solo nel 1904, (terza edizione), ai Giochi ospitati a St. Louis che in quel periodo era in Luisiana, anni dopo venne annessa nel Missouri. L’Italia è ufficialmente assente. Il riconoscimento del pugilato, è una questione organizzativa. Infatti, partecipano solo gli Usa. Oliver Kirk vince nei gallo e nei piuma, mentre George Finnegan è oro nei mosca e argento nei gallo. Unici nella storia dei Giochi al doppio podio nella stessa edizione. Il gioco si ripete nel 1908 a Londra e stavolta sono gli inglesi a fare il pieno di medaglie nelle cinque categorie, ad eccezione dell’argento nei medi, conquistato da Reginald Baker della Nuova Zelanda. Tra i vincitori, il gallo Henry Thomas 38 anni, il più vecchio oro dei Giochi, il medio Johnny Douglas, che lascia momentaneamente il cricket dove eccelle per dedicarsi alla noble art. Tra i massimi svetta Albert Oldman “bobby” di Londra. Torneo autarchico, la disaffezione da parte delle altre nazioni, induce il CIO a escludere la boxe a Stoccolma (1912). La crisi politica che sfocia nella guerra 1914-1918, costringe la Germania ad annullare le Olimpiadi del 1916, assegnate a Berlino. Si riprende nel 1920 ad Anversa, in Belgio, nota per il commercio dei diamanti, e inizia anche la storia azzurra in guantoni ai Giochi. La Federazione Pugilistica Italiana, nata nel 1916, forma una commissione dilettantistica che incarica l’argentino Caversazio, di formare la squadra per i Giochi del 1920. Il nome è suggerito dal conte Carlo Zinsler, alto ufficiale argentino trasferitosi dall’aristocratico Boxing Club di Buenos Aires, alla Scuola Militare della Farnesina, dove il pugilato è tenuto in gran conto. Il nuovo tecnico osserva i protagonisti dei primi campionati tricolori, svoltisi in quell’anno a Milano. Incontri sui 4 round, il quinto in caso di parità. Cerca di non scontentare nessuno. Sceglie i milanesi Pietro Dall’Oro classe 1885 nei mosca e Giuseppe Zanati, diviso tra bici e guantoni, il miglior gallo nonostante le 35 primavere. Il piuma Edoardo Garzena di Torre Pellice (To) 20 anni, il più giovane, lavora nel Canton Ticino in Svizzera. Il leggero Leo Giunchi, 24 anni, nato a Roma, mamma russa e papà francese. Nel 1923, dopo aver rivinto il titolo, getta la maglietta. Gentleman del ring, una vita da romanzo. Acrobata e artista, dal circo ai ring di tutto il mondo. A fine carriera si trasferisce a Marsiglia, diventa insegnante e negli anni ’40 guida la nazionale francese. Pure il massimo Mariano Barbaresi è di Roma, nei dilettanti è l’idolo della borgata, impatta con Erminio Spalla e Bruno Frattini. Dopo Anversa passa pro e tenta il tutto per tutto, ma basta Giuseppe Spalla il fratello meno bravo di Erminio nel 1922, a dimensionarlo. Il welter Dario Della Valle, 21 anni, arriva da Roccasecca nel frascatano, tosto e inquieto. Inizio precoce in Francia, torna per gli assoluti che vince. Dopo le olimpiadi tra i professionisti affronta tutti i migliori, compreso Garzena, Diventa campione italiano d’ufficio dei leggeri nel ’21, corona che lascia alla prima difesa nelle mani dell’emergente Mario Bosisio. Vincitore o vinto riceve sempre applausi. Il gruppo trascorre un periodo di allenamento in un campus destinato nel periodo della guerra alle manovre militari, collocato sul minuscolo laghetto di Varese in località Calcinate, grazie alla generosità di un appassionato di Gavirate, che mette a disposizione una casa colonica. Tutto molto spartano, la federazione non ha soldi. Viaggio in terza classe, sacchetti dei pasti alle stazioni di passaggio, la collocazione è inferiore alle pur modeste attese, ma l’amara sorpresa arriva quando la squadra italiana non risulta iscritta al torneo. Dimenticanza, disorganizzazione, ostruzionismo? A quel punto, Edoardo Garzena diventa il protagonista sia sul ring che fuori. Mastica il tedesco e il francese, avendo lavorato in Svizzera, parla col responsabile elvetico del CIO e ottiene l’ammissione dell’Italia. Che paga scotto quasi totale. Dell’Oro, Giunchi, Della Valle e Barbaresi fuori al primo turno. Zanati, iscritto nei piuma, ha la febbre e non combatte. L’unico a tenere alta la bandiera è appunto Garzena. Nei quarti batte il locale Vincken, poi trova il francese Paul Fritsch che lo stoppa in semifinale. Gli resta l’ultima opportunità per il bronzo, che sfrutta al meglio superando Jack Zivic, classe 1903, il secondo dei quattro fratelli pugili di origine croata, nati a Pittsburg in Pennsylvania, il più famoso dei quali è Fritzie, diminutivo di Ferdinand, classe 1913, professionista a 18 anni, una carriera quasi ventennale con un record di 158+ 65- e 9=. Affronta il meglio al mondo dai leggeri ai mediomassimi, boxe cattiva al limite e spesso oltre le regole. Ad Anversa combatte anche Pete, il primogenito, peso mosca, eliminato al primo match. Il quarto, Eddie, nato nei 1910, leggero, prize fight dal 1933 al ’40 (38+41-6=), molto cuore ma poca tecnica. Nel suo record figurano Spoldi e Canzoneri, dal primo perde, col secondo un successo e due sconfitte. Garzena, dopo la conquista della prima medaglia olimpica della boxe italiana, passa professionista. Debutta nel 1921 in Francia, gira l’Europa, il Nord Africa e l’Argentina, la sua boxe elegante e pulita piace al pubblico. Disputa non meno di 100 incontri. Diventa campione italiano nel 1924, titolo che alterna fino al ’26. Da Anversa il pugilato è sempre presente, come l’Italia. A Parigi nel 1924 vanno in 16, due atleti per categoria. L’ammucchiata finisce male, non tanto per il valore dei nostri, quanto per giurie che colpiscono senza alcuna pietà ed equità. Gli italiani ne subiscono di cotte e di crude. Dopo le uscite di Lanzi e in particolare di Castellenghi, nei mosca ad opera di Fidel La Barba, un paesano targato USA, di indiscusso valore, le sconfitte del gallo Bernasconi contro il francese Ces, del massimo Bertazzolo ad opera del norvegese von Porat e di Carlo Saraudi nei mediomassimi, dall’altro norvegese Sorsdal per il bronzo, finisce la pazienza dei dirigenti italiani, che annunciano il ritiro della squadra. Non solo l’Italia è vittima di verdetti assurdi. L’oro al welter belga Delarge, ai danni dell’argentino Mendez, studente farà carriera diplomatica, è un furto a cielo aperto, Come il successo del mediomassimo inglese Mitchell, favorito dalle giurie, sia col nostro Saraudi che col danese Petersen in finale. Tra tanti misfatti una storia positiva. Nei piuma, vince Jackie Fields, studente di Los Angeles di origine ebrea. Tra il 1929 e il ’33, cinge la cintura mondiale dei welter. Jackie a Parigi non deve esserci. Per gli impegni scolastici è battuto da Salas ai trials. I compagni gli pagano il viaggio e prende parte ai Giochi, battendo in finale proprio il connazionale. Dalla delusione di Parigi al trionfo di Amsterdam nel 1928. Edizione storica, indimenticabile. Il team azzurro è guidato da Giuseppe Zanati atleta ai Giochi del 1920, con poca fortuna. Sono sette i prescelti, avallati dal c.t. Carlo Czerni, ottimo arbitro con radici magiare. La punta sembra il welter Caneva, europeo in carica. L’Italia vince tre ori e un bronzo. Trionfano il gallo Vittorio Tamagnini, 18 anni di Civitavecchia, funambolico e imprendibile, il leggero milanese Carletto Orlandi, spuntato tra il Naviglio e Porta Ticinese, pugilato di altissima classe, perfetto nella scelta di tempo, elegante e preciso. Il medio Piero Toscani., altro milanese, la copia di Orlandi a guardia invertita. Mobilissimo, anticipa l’avversario evitando il contatto. Vince nettamente i primi tre incontri, in finale affronta il cecoslovacco Hermanek dal pugno soporifero, che in semifinale supera l’inglese Mallin, oro a Parigi. Attorno al ring i tifosi del ceco urlano l’incoraggiamento al proprio beniamino, cercando di influenzare la giuria. Quando viene assegnata la vittoria all’italiano, superiore sul piano tecnico e tattico, mandando fuori misura l’impetuoso ma disordinato rivale, scoppia il finimondo. Interviene la polizia e disperde i facinorosi. Non è la sola finale contestata. Quasi tutte accendono discussioni non certo amichevoli. Perfino la netta vittoria di Orlandi su Halaiko delle Hawaii, scatena le proteste ingiustificate degli americani. Nei welter la spunta il neo zelandese Ed Morgan, iscritto nei leggeri, ingrassato nelle sei settimane di navigazione, sofferente ad un’anca e oro a sorpresa. Nel ’32 si torna negli Usa, destinazione Los Angeles in California. La federazione ha traslocato da Milano a Roma, dopo anni di commissariamenti e divisioni. Nel ’29 viene eletto Raffaele Riccardi che terrà la presidenza fino al 1939, sostituito da Bruno Mussolini figlio di Benito. Alla segretaria c’è Edoardo Mazzia abile tessitore nei rapporti internazionali. Edoardo Garzena sostituisce Giuseppe Zanati. Ha in mente la squadra da tempo, va in Ungheria a maggio per valutare la consistenza dei suoi e degli avversari, guidati da Steve Klaus. Il loro migliore è il mosca Enekes che nei gallo batte Melis. Partono in otto per New York sul “Conte di Biancamano”, guidati dal romano campione europeo leggeri Mario Bianchini, il mosca riminese Rodriguez, il gallo sardo Vito Melis, il piuma romano Alessandri, il welter marchigiano Fabbroni, il medio piacentino Longinotti preferito all’altro europeo Meroni, milanese. Quindi il mediomassimo Rossi altro piacentino e il massimo Rovati di Roma, unici ad ottenere medaglie, quelle d’argento. Per Alessandri e Bianchini la beffa del quarto posto, non il bronzo come erroneamente scritto da illustri esperti. Ignorando che fino al 1948 si sono disputate le finali per il bronzo. Inoltre l’AIBA con decisione retroattiva ha tolto l’assegnazione dell’europeo ai Giochi.

 

Dal 1952, dopo i Giochi di Londra 1948, i due semifinalisti sconfitti acquisiscono il terzo posto a pari merito. Azzurri poco fortunati nei sorteggi. Rodriguez fa sudare l’ungherese Enekes, giunto all’oro, lo fa pure contare ma alla fine è dato sconfitto. Il gallo Melis incrocia subito Gwynne, canadese d’oro, Alessandri lotta strenuamente con poca fortuna sia con Schleinkofer (Ger) che con Carlsson (Sve) argento e bronzo. Bianchini cede al campione Stevens, dopo due successi e perde contro Bor (Usa) per il bronzo. Non fanno meglio Fabbroni, e Longinotti, fuori prima delle semifinali. Rossi è bravo, ma l’esperienza di Carstens sudafricano bianco, allenatosi in Inghilterra fa la differenza. Il romano Rovati incrocia i due argentini, batte Savelli, quindi Feary (Usa) idolo di casa, ma in finale l’ostacolo Lovell senior, complice la stanchezza, è troppo alto e deve accontentarsi dell’argento. Il segretario Mazzia contatta Klaus, cittadino americano nato in Ungheria, offrendogli la guida degli azzurri. E’ il primo contatto. I ragazzi non tornano subito in Italia. Una settimana dopo i Giochi sono a Chicago dove battono 8-6 i padroni di casa. Ai primi di settembre a New York, grande confronto con la nostra squadra al completo, i migliori ungheresi e un greco opposti agli USA, che cedono 8-14. Nei mosca il locale Salica si prende una platonica rivincita su Enekes, che lo aveva battuto in semifinale ai Giochi.

E’ la volta di Berlino 1936. Olimpiadi dai due volti, che rischiano di saltare per le imposizioni razziste di Hitler, salito da poco al potere. I tedeschi puntano molto sulla boxe e conquistano due ori, due argenti e un bronzo, per la gioia dell’ex caporale austriaco e il delirio di onnipotenza delle camice brune. Garzena è ancora al timone azzurro, come Klaus a quello magiaro, anche se ha già detto sì all’Italia. Passerà quasi un decennio prima della firma ufficiale, nel frattempo il tecnico magiaro si trasferisce a Roma. L’Italia è presente nelle otto categorie, con due assi e sei carte normali. Farinelli (piuma), Facchin (leggeri), Pittori (welter), Totti (medi), Bolzan (mediomassimi) e De Marchi nei massimi fissati a +79,4 kg, sono i normali, il mosca Matta e il gallo Sergo le briscole. Il primo merita l’oro ma il clima di Berlino induce i giudici a premiare il piccolo e sfuggente ragazzo di casa Kaiser, dal cognome emblematico, nonostante l’azzurro fosse stato il migliore. Nel caso di Sergo, il fiumano - molti esperti non più verdi, reputano il più bravo dilettante italiano - distanzia Wilson il lungo americano che sferzava l’aria mentre Sergo lo colpiva con la precisione di un crono svizzero. Oro e argento risultano un buon bilancio

L’ombra nera della guerra allontana anche i Giochi che tornano solo nel 1948. ll sipario di alza su Londra, che pur tra le nazioni vincitrici, ha l’aria dimessa e non può nascondere lo scempio delle bombe cadute sulla city. I Giochi sono un segno di speranza e l’Italia dice presente, con otto ragazzi pronti a lottare. Stavolta all’angolo c’è Steve Klaus, coadiuvato da un giovanissimo Natalino Rea. Il gruppo si allena a Portorecanati nelle Marche. Il tecnico si affida ai campioni italiani in carica: Bandinelli (mosca), Zuddas (gallo), Formenti (piuma), Minatelli (leggeri), D’Ottavio (welter), Fontana (medi), G. Di Segni (mediomassimi) e Bacilieri (massimi). Unica eccezione Gianluppi nei leggeri. L’Italia torna a casa con l’oro di Ernesto Formenti, cesellatore di boxe sopraffina, agile ed elegante, che lascia di stucco il resto dei piuma concorrenti. In finale gioca col sudafricano Sheperd, giunto all’argento dopo battaglie tremende e vittorie discusse. Medaglie anche per il mosca Bandinelli, mancino di Roma, che proprio a Londra offre il meglio, perde in finale dall’argentino Pasqual Perez, che nei professionisti diventerà un super. Pure il galletto sardo Zuddas è argento. Non è finita, il welter D’Ottavio altro romano di qualità, arriva al bronzo battendo l’iraniano Ossabek, il francese Hernandez e l’emergente polacco Chyckla, che nel ’52 vincerà l’oro, ma a Londra deve cedere in semifinale all’incredibile Torma, talento infinito che in carriera combatte sotto tre bandiere: ungherese, romena e nel 1948 cecoslovacca. Si frattura la mano destra al primo match, tace dell’incidente e domina col solo sinistro. D’Ottavio trova energie incredibili per il bronzo ai danni di Duprez sudafricano. Ben cinque incontri in una settimana. Uno meno lo disputa il medio teramano ma residente a Lucca, Fontana, fisico da culturista, tipo godereccio, poco incline alla palestra. Per Londra fa eccezione alla regola. Si ferma in semifinale con un certo Lazslo Papp, il mancino ungherese che da Londra spicca il volo verso tre ori olimpici. Per il bronzo, l’irlandese Mc Keon, ferito, rinuncia a combattere. Da segnalare che mediamente sono iscritti oltre 25 atleti per categoria.

Nel 1952 guidati da Klaus e Rea, approdano a Helsinki in Finlandia in dieci. Olimpiadi con due categorie in più: superleggeri e superwelter. Finisce il tempo della sfida per il terzo posto: i semifinalisti sconfitti, ottengono il bronzo alla pari. Per la prima volta si presenta l’Urss, che aveva fatto un pensierino nel ’48, dissuasa dalle delusioni nei tornei preolimpici. Si prepara dal 1946, ha un esercito infinito di praticanti, ma le grandi distanze e i pochi tecnici preparati creano problemi notevoli. Due argenti (Mednov e Shcherbakov) e quattro bronzi (Bulakov, Garbuzo, Tishin, Perov), il bilancio. Di certo atleticamente fortissimi. Sul ring sono anche i Giochi degli Stati Uniti, cinque trionfi su cinque finalisti. Due le star, il medio Floyd Patterson (17 anni) e il massimo Sanders, gigante talmente impressionante che in finale lo svedese Johansson lo eviterà al punto da farsi squalificare per passività, privato della medaglia. Che gli sarà assegnata a distanza di 30 anni. L’Italia fa più del previsto, oro al leggero genovese Bolognesi tra la sorpresa generale e la delusione di Bickle (Usa), Juhasz (Ung), Pakkanen (Fin) e Antikiewicz (Pol) tutti favoriti e battuti. Al polacco gli azzurri sono proprio indigesti, nel ’48 si era fermato in semifinale contro Formenti. Argento con tanto rammarico al piuma laziale Caprari, delizioso mancino, scippato contro il ceco Zachara, dopo aver superato il francese Ventaja e il polacco Drogosz, il favorito. La terza medaglia al superleggero Visintin, spezzino doc, anche lui un modello di stile, dai colpi veloci e vellutati. Niente podio per Pozzali, Dall’Osso, Vescovi, Guido Mazzinghi, Di Segni e Bacilieri.

Da Melbourne 1956, cattive notizie. Klaus è molto infastidito dalle interferenze dei consiglieri federali. Partono per l’Australia in otto, invece dei previsti dieci. Mancano il leggero e il welter. Scelti tre laziali: Scisciani (superwelter), Rinaldi (medi) e Panunzi (mediomassimo) che tornano a mani vuote, un sardo: Burruni (mosca), un campano Cossia (piuma), due toscani, Sitri (gallo) e Nenci (superleggeri) e il ligure Bozzano (massimi). Gli ultimi due raccolgono con merito argento e bronzo, ma non c’è grande gioia. Squadra poco compatta che Rea cerca di tenere unita. Rinaldi (si dice) per evitare il russo Shatkov, supera i 75 kg al peso. Manca il sacro fuoco che vorrebbe Klaus. Parlano in troppi, la questione regionale tiene banco. Klaus, appena rientra in Italia si dimette. I sovietici raccolgono i primi tre ori della loro storia, mentre Papp, sceso nei superwelter è il primo pugile con tre ori olimpici.

I numeri dicono che ai Giochi di Roma del 1960, l’Italia tocca il diapason delle medaglie. Il tecnico Natalino Rea, col collaborativo Armando Poggi, è alchimista perfetto gestendo una situazione non facile. Le selezioni sono durissime e spesso creano malumori. Ci sono esclusi eccellenti e rimescolamenti nelle categorie. Alla fine i risultati premiano le scelte del tecnico anche se qualche mal di pancia resta. Tre ori con Musso nei piuma, Benvenuti nei welter e De Piccoli nei massimi, argento per Zamparini (gallo), Lopopolo (leggeri) e Bossi (superwelter), bronzo a Giulio Saraudi (mediomassimi). A Roma nasce il mito di Alì, allora Cassius Clay, simpatico negretto di 18 anni, che rischia di uscire in semifinale contro l’esperto australiano Madigan alla terza presenza olimpica. Il verdetto è fischiatissimo dal pubblico di Roma, che lo applaude in finale, contro il polacco Pietrzykowski, non certo l’ultimo arrivato. Tre ori agli Usa come l’Italia, l’Urss conferma la potenza d’assieme, ma centra solo un oro col gallo Grigoriev, due argenti e due bronzi.

Tokyo 1964, la squadra è solida, totalmente cambiata da Roma. Arcari è la punta, il mosca Atzori un cucciolo di 18 anni, che i giapponesi hanno visto all’opera l’anno prima, vincere la preolimpica. Manterrà la promessa alla grande cogliendo il podio più alto. Con lui il mediomassimo Pinto, novarese adottivo, modesto e inatteso dominatore. Batte avversari ben più quotati, in particolare il bulgaro Nikolov in semifinale e il sovietico Kiselyov per l’oro. Inferiore sul piano atletico, l’azzurro getta il cuore oltre l’ostacolo e fa saltare il banco dei pronostici. Vanno al bronzo il massimo Ros nonostante la scarsa esperienza, il medio Valle in una categoria ricca di campioni e il welter Bertini, scomparso recentemente. Giochi sovietici con sette i finalisti, anche se tre polacchi e un italiano, riducono i successi, giunti con Styepashkin (piuma) e i due fuoriclasse Lagutin (superwelter) e Popenchenko (medi) al quale viene assegnata la Coppa Val Baker quale miglior pugile dei Giochi. Ottima la Polonia, col leggero Grudzien, il superleggero Kulej e il welter Kasprzyk. Solo Artur Olech, cede al nostro Atzori nella finale dei mosca. Per gli Usa un solo oro, decisamente pesante, visto che a vincerlo è il massimo Joe Frazier.

Città del Messico ’68 arrivano i minimosca, richiesti dall’Asia e dal Messico. Infatti vince il lunghissimo venezolano Rodriguez, unico oro della boxe, nella storia nazionale. Batte il coreano Young-Ju nonostante abbia il polso in avaria. Torna a casa, firma un ricco contratto da professionista, ma ha la pessima idea di portare la mamma a vedere una riunione di boxe. E’ tale lo spavento che implora il figlio di smettere. Cosa che avviene e trasforma Rodriguez da futuro campione tra i prize figth a fruttivendolo. Unica concessione, una moto nuova, l’altra sua passione sportiva. Per uno che smette un altro che esplode. Si chiama George Foreman, viene da Marshall nel Texas, ha 20 anni e una forza tremenda. Solo il polacco Trela, di lunga milizia arriva ai punti, il romeno Alexe, il sovietico Chepulis e il nostro Bambini si arrendono prima del limite. Il pugile ligure, pur riconoscendo la potenza dell’americano, dopo essere stato fermato dall’arbitro, protestò chiedendo di andare avanti. Questo, anche se in seguito confessò. “Foreman aveva due mattoni al posto delle mani”. Il proseguo della carriera confermerà largamente il giudizio dell’azzurro. Oltre a Bambini che raccoglie l’unica medaglia azzurra, un bronzo, l’Italia non era male. Squadra molto compatta, senza il super ma con molti ottimi atleti. Giochi strani e tragici. Le proteste finite nel sangue, gli atleti Usa di colore col guanto nero, le giurie che emettono verdetti scellerati o combinati. Troppi effetti negativi su una squadra che aveva lavorato benissimo nella preparazione. Stage ad Adidis Abeba in Abissinia per acclimatarsi all’altitudine, presenti alla “semana deportiva” del ’67, con ottimo esito. Si distinguevano, il gallo Mura, il leggero Petriglia e il medio Casati fresco campione d’Europa, che in finale batteva il cubano Delis. A proposito dei cubani, Rea li osserva bene e deduce che in Messico inizieranno a fare sul serio. “A Roma (un solo pugile) e a Tokyo fecero esperienza, in Messico non intendono restare a guantoni vuoti”. Profezia facile. Si presentano in sei e raccolgono due argenti col superleggero Reguiferos battuto dal polacco Kulej che doppia l’oro giapponese e col superwelter Garbey superato dal russo Lagutin, pure lui al bis olimpico. Torniamo ai nostri che partono in undici, ma tra vittorie negate a Grasso (mosca), Mura (gallo) e in particolare a Cotena (piuma) contro Plotnikov, prestazioni inferiori alle attese di Scano (welter), Bentini (superwelter) e lo stesso Casati, salvo fare largo ai più forti, come tocca a Capretti (superleggeri), Petriglia (leggeri) e Facchinetti (mediomassimi) di fronte ai polacchi Kulej, che diede dispiaceri anche ad Arcari, Grudzien e Dragan, tutti sul podio, il bilancio risulta davvero magrissimo.

Siamo alla XX° edizione ufficiale, è il 1972, sede Monaco di Baviera. Otto azzurri sul ring, bilancio da buttare, senza appelli. In squadra, Udella e Capretti hanno l’esperienza del ’68, ma non serve a nulla Il vero nemico è la bilancia, fanno fatica a restare nei mosca e nei leggeri ed escono al primo esame. Il debuttante Spinello (mediomassimi) dopo il successo sul modesto tanzaniano Laizer, affronta il tedesco occidentale Hornig che lo boccia. Le sconfitte si susseguono, perdono al primo turno Lassandro, Castellini, Curcetti e il generoso Ernesto Bergamasco, il papà di Raffaele, lottando allo spasimo col thailandese Bantow che aveva mani di pietra. Unico a salire tre volte sul ring è Morbidelli (piuma), un laziale di buona scuola, vincitore di Mwanya (Zambia) e Tatar (Turchia), si arena contro il nipponico Kobayashi che troveremo mondiale nei pro. Giochi drammatici, per l’assalto alla squadra di Israele con troppi morti. Esaltanti per Cuba, lanciata nel cielo della gloria da Teofilo Steenson (20 anni) giustiziere assoluto per la gioia di Fidel Castro e della sua rivoluzione. Al massimo si affiancano Correa e Martinez, mentre gli Usa piangono sulle disfatte di Bobick (massimi) e Jhonson (medi) castigati da Stevenson e Lemechev, l’ultimo grande picchiatore a colpo unico dell’URSS. Nessun podio azzurro. Per la cronaca è la mia prima presenza da inviato ai Giochi.

Il digiuno italiano prosegue a Montreal in Canada nel 1976. Dove inizia la fase del boicottaggio, che per motivi vari cesserà solo nel 1992 a Barcellona. Rea è presente per onor di firma. A scegliere i pugili una Commissione guidata da Angelo Galli, eccezionale come presidente della Lombardia, altrettanto fuori luogo come selezionatore. Tale compito, delicato e importante, diventa una comica. La decisione delle selezioni a porte chiuse, fa scattare la protesta di consiglieri e presidenti regionali. La Commissione si rimangia la decisione e apre al pubblico. Sconcerta la scelta di Minchillo, superwelter naturale nei welter. La sfida tra Pira e Carbone (medi jr)., finita a favore del primo, a porte chiuse. Compaiono e scompaiono nomi come il gioco delle tre carte. Natalino Rea, non può intervenire. Demoralizzato, annuncia le dimissioni dopo Montreal. Il presidente Franco Evangelisti non ha tempo per queste diatribe di quartiere, molto più attento al professionismo. Per Camputaro, Onori, Pirastu, Zappaterra, Minchillo e Pira toccata e fuga. Edizione all’insegna degli USA, cinque ori e un argento. I nomi di Randolph, Davis che vince anche la Val Baker, Leonard e i fratelli Spinks dicono tutto. Cuba salva il bilancio con tre ori, grazie a Hernandez, Herrera e Stevenson, non apparso al meglio, ma subisce l’umiliazione delle sconfitte di Aldama da Leonard e Soria da Leon Spinks. A picco l’URSS, un argento e tre bronzi.

Nel 1980, prima volta nell’URSS, a Mosca. L’invasione dell’Afganistan è il motivo che determina l’assenza non solo degli Usa ma di oltre sessanta nazioni dei vari continenti e la ridotta partecipazione di altri, Italia compresa. Ne risente pure la boxe, guidata da Franco Falcinelli, nuovo responsabile tecnico. L’impresa stupenda di Patrizio Oliva, meritevole della Coppa Val Baker. Il doppio riconoscimento pone l’azzurro tra i campioni in maglietta molto in alto. Falcinelli racconterà qualche tempo dopo che la squadra azzurra rischiò di essere esclusa dai Giochi essendo stata male informata sull’orario dell’operazione del peso, giungendo in ritardo. Solo la diplomazia e l’amicizia del tecnico con i responsabili russi, evitò il disastro. Tanto più che la vittoria interruppe un digiuno che durava dal ’68. Oltre a Oliva, altri tre azzurri pur non arrivando sul podio destano ottima impressione: il leggero Russolillo fermato dal cubano Herrera che bissa l’oro precedente, il superwelter Gravina stoppato dal ceco Franek e il massimo Damiani, vincente contro il romeno Prjol, battuto di stretta misura da Zayev, pugile di casa. Al dunque L’URSS si deve accontentare di un solo oro, mentre vendemmia Cuba con una magnifica mezza dozzina, bilancio record ai Giochi, arrotondato da due argenti e due bronzi, unico cubano senza medaglia il mosca Hernandez che nel ‘76 aveva conquistato l’oro nei 48 kg. battuto dal locale Miroshnichenko, fermato poi a sorpresa in finale dal bulgaro Lesov.

Nel 1984, Los Angeles torna ad ospitare i Giochi dopo 52 anni. Che l’URSS, Cuba e il Nord Korea boicottano, in risposta all’assenza a Mosca. Il team azzurro ha nel c.t. Franco Falcinelli una guida che nel tempo diventa esemplare anche per altre nazioni. I sistemi di allenamento, coadiuvati dallo staff medico e da collaboratori validi, in particolare Nazzareno Mela, stanno ottenendo i frutti sperati. Prova d’assieme eccellente con qualche rimpianto giustificato. Ero presente a bordo ring, e posso confermare che il massimo Musone era stato più bravo di Tillman (Usa) in semifinale. Annullando con la boxe di rimessa la velocità del pugile che ai trials aveva estromesso Tyson. Il verdetto è sub judice, ma alla fine la Commissione non ha il coraggio di cambiarlo. Lo scandalo più clamoroso nella semifinale mediomassimi, con l’arbitro jugoslavo che squalifica Holyfield, colpevole a suo dire di aver colpito e mandato al tappeto il neozelandese Barry, con un colpo sotto cintura. Il vincitore nel rispetto delle normative deve restare fermo 28 giorni, quindi non può disputare la finale, guarda caso, contro lo slavo Josipovic vincitore sull’algerino Moussa, che si assicura l’oro mediomassimi senza combattere. Gli USA fanno ugualmente incetta d’oro: nove centri, record assoluto. L’Italia nonostante l’ingiustizia, disputa un ottimo torneo. Oro al gallo Maurizio Stecca, autore di un torneo perfetto, argento al +91 Damiani che perde d’un soffio e per molti aveva pure vinto, contro Biggs. Argento anche a Todisco, che rinuncia alla finale per infortunio alla mano destra, senza sapere che Gonzales ha lo stesso problema. Bronzo, oltre a Musone anche a Bruno.

Seul 1988, partono in sette. Nei piuma c’è Giovanni Parisi, l’ultimo a entrare in squadra. La scelta di Falcinelli è rischiosa e coraggiosa. Giovanni è andato male agli europei ’87 a Torino, fuori al primo turno contro il piuma bulgaro Iliev, non meglio l’anno dopo al Torneo Italia a Venezia da leggero, stop in semifinale per infortunio alla mano destra, dove vince l’emergente Piccirillo. Dopo gli europei jr. di Danzica, disputati a luglio, il c.t. vara la squadra per Seul. Rinuncia a Cappai nei gallo e Quitadamo nei piuma, fa scendere Campanella nei leggeri, mentre Caldarella resta nei superleggeri. Mancano meno di tre mesi ai Giochi e il siciliano Caldarella si blocca, ernia al disco e fine dei sogni. L’Italia ha iscritto sette pugili, a quel punto ne manca uno e Falcinelli ha l’intuizione giusta nei fatti, pazzesca per chi riceve l’ultima chiamata. E’ Giovanni Parisi, al quale il c.t., vero mago nel far scendere di categoria i pugili, propone l’opportunità olimpica a 57 kg. Il ragazzo capisce tutto, compresi i sacrifici che dovrà imporsi per farcela. Accetta digrignando i denti e a quel punto, orgoglio e sofferenza diventano compagni di viaggio quotidiani. Come va a finire lo sapete tutti, anche se a distanza di anni, se gli parlavi di ananas rischiavi il botto. Troppi ne dovette affettare e trangugiare per non salire di peso e nel contempo non sentire i crampi allo stomaco. Anche in questo caso, l’Italia non ottiene alcun favore, semmai qualche schiaffo ingiustificato a partire dalla sconfitta nei quarti di Nardiello nei superwelter contro il pugile di casa Park Si Hun, che gli avrebbe aperto la strada alla finale. La vittima più illustre è Roy Jones jr. che domina la finale, ma l’oro lo vince il coreano Park. Si scopre che ai giudici è stato donato un Rolex d’oro a testa, come benvenuto. Boxe troppo sporca per passarla liscia. Il CIO minaccia l’uscita dai Giochi del pugilato. I correttivi sono il numero chiuso e le macchinette per i verdetti. Indispensabile il primo, discutibile l’altro. Personalmente ritengo che il giudice onesto segna il risultato giusto, comunque. Oltretutto l’idea ha sapore di business politico, visto le macchinette verranno prodotte nella Germania Est. Nel guazzabuglio della più scorretta edizione, la Corea si prende due ori come la GDR, tre gli USA, uno a testa Italia, Bulgaria, Kenya e Canada. Cuba non è presente.

Barcellona 1992 con innovazioni. Per la prima volta si giudica con le macchinette e i promossi ai Giochi sono passati al vaglio delle qualificazioni. L’Italia è tra le più penalizzate dalle macchinette. Ci provano Castiglione, De Chiara, Tommaso Russo che l’anno prima a Sydney si è issato sul tetto del mondo, tra la sorpresa generale, il quotato Piccirillo e il mediomassimo Castelli. Il presidente Ermanno Marchiaro uno dei fautori delle macchinette è sbigottito. Il “giocattolo” che aveva sostenuto, assieme alle nazioni dell’Est Europa, contro il parere di Falcinelli, si è rivelato il principale nemico. Nessun azzurro tocca i quarti! Finisce il digiuno di Cuba, assente a Los Angeles e Seul, con sette botti sette. Non c’è Stevenson, sono arrivati Savon e Balado, e con loro Marcelo, Casamayor, Vinent e Lemus, eroi nazionali festeggiati in patria con tante parole e una bici in regalo. Chi da Barcellona inizierà una carriera da milionario è Oscar De La Hoya, talento sul ring e senso degli affari anche in maglietta. L’URSS scompare e appare la vecchia Russia dell’aquila bifronte. Una trasformazione non facile, tanto che in Spagna si presenta come EUN, squadre russe unificate. Senza portare un atleta in finale.

Atlanta 1996. Neppure stavolta l’azzurro sale sul podio. Falcinelli passa il testimone a Patrizio Oliva, che ha ottime idee ma non molto materiale di pregio a disposizione. Inoltre, l’arrivo delle nazioni ex sovietiche, rende tutto più difficile per la concorrenza. Lo si deduce dal medagliere, il Kazakistan conquista un oro, un argento e due bronzi, solo Cuba con quattro ori e tre argenti fa meglio. L’Ucraina un oro e un bronzo e l’Uzbekistan un bronzo. I padroni di casa, con sei pugili in finale, raccolgono una briciola d’oro il resto solo argento. Molaro, Giantomassi e Antonio Perugino, oltre ad Aurino e Vidoz, sulla carta i più quotati, neppure fortunati nel sorteggio e pure loro al’asciutto. Tra i vincitori il magiaro Kovacs ottimo nei pro, attuale segretario dell’AIBA del nuovo corso. il thailandese Kamning, che diventa parlamentare, Soltani, la classica rondine che non fa primavera, anche se resta l’unico oro algerino, il kazako Jirov altro professionista d’oro, più cicala che formica, in un modo o nell’altro firmano imprese notevoli.

Nel 2000 tutti a Sydney. Ci salva Paolo Vidoz che ha fatto tesoro dell’esperienza del ’96 e progressi lungo i quattro anni prima dell’Australia. Porta un bronzo prezioso, dopo otto anni di silenzio. Fa tutto bene, battendo tra l’altro il nigeriano Peter che qualche tempo dopo, cingerà la cintura mondiale nei pro. In semifinale l’inglese Harrison risulta troppo forte. Paris dopo una buona partenza perde lo slancio e si ferma alla soglia delle semifinali, Barone delude, Bundu non è al meglio, Di Corcia e Fragomeni incocciano su rivali più forti. Cuba è la solita macchina da guerra (4 ori e 3 bronzi) con punte inarrivabili come i professori di pugilato Rigondeaux, Kindelan e Savon, mentre la Russia ritrova l’orgoglio antico con Saitov e Lebziak, il Kazakistan continua a martellare senza pietà: 2 ori e 2 argenti, terza forza al mondo.

Atene 2004, mancavano dal 1896, dovevano svolgersi nel 2000, ma la Grecia non era pronta. La piccola nazione cerca di fare le cose in grande. Forse esagera, ricorre a mezzi non sempre leciti per vincere, comunque alla fine ne esce bene. In casa Italia, un triunvirato inedito: Mela responsabile, Francesco Damiani e Icio Stecca tecnici ufficiali. Sei gli azzurri qualificati, il settimo Zamora si ferma per un diuretico, preso a sproposito. Le cose non vanno al meglio, anche se in embrione sta nascendo una squadra che esploderà a Pechino. Grazie a Cammarelle torniamo a casa con un bronzetto importante. Russo e Valentino fanno preziosa esperienza, Mirco sfiora il bronzo lottando alla pari col kazako Yeleyov, mentre Russo di fronte a Ward che arriva all’oro, non sfigura. Anche Pinto rischia il bronzo col turco Yalchinkaya, come Di Rocco fermato dal mestiere del romeno Gheorghe. Betti si infortuna. C’è molto rammarico per qualche verdetto, in particolare quello ai danni di Cammarelle contro Povetkin, per il russo ogni pugno a bersaglio ne vale due. Le macchinette non soddisfano, i giudici sono mediocri, le scelte geografiche servono agli equilibri politici, ma gli incapaci fanno più danni di quelli in malafede. Lo sanno al CIO a all’AIBA, che studia variazioni sul tema. Cuba è grandissima, ma nasce anche l’onda della fuga dall’isola. Bella solo per i turisti. Dei 5 ori di Atene, solo Kindelam resta a Cuba, con pensione e il ruolo di tecnico. Gli altri: Bartelemy, Gamboa, Rigondeaux e Solis staccano la spina e approdano con fughe a volte rocambolesche in Florida, per il professionismo.

Pechino 2008 torna a far sognare il team italiano. Sei splendidi ragazzi in cerca di gloria e medaglie. I prodromi si sono visti ai mondiali di Chicago 2007. Cammarelle e Russo sontuosi ori iridati, Valentino argento, Picardi un bronzo da favola. Tutto il gruppo sempre guidato da Damiani e Bergamasco cresce, compresi quelli che stanno sotto il podio. In Cina presentiamo Picardi, Parrinello, Di Savino, Valentino, Russo e Cammarelle. Anche se sono passati quattro anni, i tre podi sanno di magia allo stato puro. L’Italia diventa una potenza mondiale. Picardi scavalca una montagna, lo batte solo il thailandese Jongjhor, un fascio di muscoli al servizio di classe adamantina, che lo portano all’oro scherzando in finale contro Laffita il cubano. Russo compie capolavori continui, batte il bielorusso Zuyev, l’ucraino Usyk, che lo scorso anno a Baku ha dominato la concorrenza mondiale, il lungo americano Wilder che conquisterà il mondiale nei pro. La finale è un terno al lotto: escono i numeri di Chakhkiev dopo quattro riprese sul filo dell’equilibrio. Roberto offre spettacolo in crescendo, con gli acuti in semifinale (Price) e finale di fronte al beniamino di casa Zhang sul quale giuravano milioni di cinesi. Da ricordare con quale maestria lo ha dominato, fino all’esecuzione nel quarto e ultimo round. Avrebbe meritato la Coppa Val Baker. Battuti con l’onore delle armi Parrinello, Di Savino e Valentino.

Londra 2012, con sette azzurri, dopo una sequela di tornei di qualificazione. Accanto ai reduci di Pechino: Picardi, Parrinello, Valentino, Russo e Cammarelle, si aggiungono Cappai e Mangiacapre. Mangiacapre porta un grande bronzo, nei quarti supera il kazako Eleusinov, che quattro anni dopo a Rio, vincerà l’oro nei 69 kg. Il casertano cede in semifinale al cubano Iglesias che volerà all’oro. Stesso discorso per Clemente Russo, nei 91, che bissa la precedente edizione e arriva in finale, dopo aver battuto il cubano Laurdet e l’azero-russo Medzhidov, cedendo di misura (14-11) contro il mancino ucraino Olek Usyk. L’altro argento azzurro ha il sapore amarissimo delle truffa, vittima Roberto Cammarelle che sul ring aveva battuto nettamente l’inglese Anthony Joshua, ma non aveva fatto i conti col business tessuto dall’AIBA, dalla federazione britannica e dagli organizzatori inglesi che su Joshua aveva investito tante, tante sterline. Il mucchio di soldi imponeva l’oro di Joshua, come biglietto da visita. Non aggiungo altro, se non la convinzione che gli inglesi siano i maestri di queste truffe. A Londra entrano le donne in guantoni. L’Italia ci prova ma deve rimandare a Rio, la promozione. Nelle tre categorie riconosciute, vincono l’inglese Adams (51), l’irlandese Katie Taylor (60) e Claresa Shields )75) la fuoriclasse USA.

Rio 2016, non resterà per l’Italia edizione da ripetere. Semmai il contrario. Salvo l’avventura di Irma Testa, talento ancora verde, ma capace di ottenere il pass per i Giochi, prima donna italiana ai Giochi, anche se l’esito finale non sarà quello sperato, il resto non è certo brillante. Senza dimenticare che il Congresso AIBA 2014 a JeJu in Corea del Sud, impone una rivoluzione epocale di tutto il mondo della boxe, imponendo la rottura con tutte le sigle sia mondiali che continentali, per far parte dell’AIBA e rivoluzionare la storia centenaria della boxe. Idea pazzesca di WU e KIM, che dopo alcuni anni di illusioni, finisce nel peggiore dei modi. Kim è cacciato da WU, il CIO nel 2017 caccia l’uomo di Taipei e avoca a se l’organizzazione dei tornei per le qualificazioni olimpiche. Che poi la Task Force abbia poche idee e molto confuse, come hanno dimostrato in particolare in Europa è storia attuale. Tornando a Rio, Bergamasco fatica come mai in passato a strappare i ticket per il Brasile. La vecchia guardia, salvo Camarelle che lascia il passo al romano Guido Vianello, ci prova, ma Picardi, Parrinello e Valentino vengono bocciati. Ce la fanno sia pure con fatica Russo e Mangiacapre, oltre ai nuovi Valentino Manfredonia e Manuel Cappai, oltre al professionista Carmine Tommasone. Le previsioni come scrissi nella presentazione prima dei Giochi, non consentivano illusioni. I fatti, ovvero i risultati, confermarono una squadra modesta, e affaticata dallo sforzo per ottenere il visto olimpico. Cappai e Manfredonia escono all’esordio, Tommasone batte il quotato messicano Delgado che aveva vinto il torneo di Vargas in Venezuela, ma deve cedere nei quarti al cubano Lazaro Alvarez, a sua volta fermato in semifinale dal locale Conceicao che vincerà l’oro. Clemente Russo debutta superando il tunisino Chaktami, nei quarti incrocia il russo Tischenko, vecchia conoscenza già battuta ai mondiali 2013, stavolta è il russo a spuntarla, vincendo anche il titolo, sia pure senza meritarlo. Mangiacapre (69) vince contro il messicano Romero, che gli rifila una testata fratturandogli lo zigomo destro e lo costringe a non poter proseguire. Mentre il kazako Yeleussinov, battuto a Londra, domina e vince l’oro. Uno spento Vianello, perde contro Pero, cubano di modesta levatura. Irma Testa, in non perfette condizioni fisiche riesce a ottenere il verdetto sull’australiana Watt, ma cede alla miglior condizione della francese Mossely che andrà a vincere il titolo dei 60 kg. Al ritorno in Italia, il malcontento è palese e come spesso accade a pagarne le conseguenze è l’allenatore. Lello Bergamasco viene sollevato dall’incarico in modo non certo elegante, dimenticando che lo stesso tecnico aveva guidato l’Italia ad Atene 2004, Pechino 2008 e Londra 2012, portando a casa medaglie. Sicuramente Bergamasco ha fatto alcune scelte infelici, ma è anche doveroso dire che dietro alla squadra di Pechino, salvo Mangiacapre, non sono spuntati giovani in grado di sostituire gli assenti. Ma forse è stato un bene, visto che l’India gli ha fatto ponti d’oro e l’esilio volontario è meno triste del solito.

A distanza di cinque anni, nell’estate 2021, dodici mesi dopo quanto previsto dal calendario del CIO, si aprono i Giochi di Tokyo. Un ritardo storico, abissale, dovuto al Covid 19, che sembra aleggiare ancora nel cielo mondiale e in particolare su quello giapponese, il cui popolo non appare contento dell’appuntamento olimpico. Di certo saranno Giochi decisamente particolare e per certi versi molto tristi, vista l’assenza del pubblico. La componente più importante di ogni manifestazione agonistica. Una situazione simile non l’aveva prevista neppure Nostradamus, che pure sembrava in grado di anticipare ogni evento. A Giochi fatti vi informerò nel dettaglio di cosa è capitato sul ring della Kokugikan Arena, la struttura che ospita la boxe da sabato 24 luglio a domenica 8 agosto. Vi anticipo che il programma è quanto di più complicato si potesse inventare. Sono in palio i podi per otto categorie maschili e cinque femminili. Martedì 3 agosto, verranno assegnati i titoli donne nei 57 kg. dove combatte Irma Testa la capitana azzurra e i welter (69 kg.) uomini. Mentre in altre categorie sono ancora ai quarti. Chiaro il disegno di rendere attraente al pubblico il torneo. Mancando quello, tutto questo sfarfallio diventa inutile e spezzetta un torneo che classicamente avrebbe vissuto la serata finale come in passato. Anche questo lo dobbiamo a mister Covid 19. Un vero rompiscatole vuote. Come già sapete, per la prima volta dopo oltre un secolo, l’Italia al maschile sarà assente e a difendere l’onore azzurro, toccherà a Giordana Sorrentino, Irma Testa, Rebecca Nicoli e Angela Carini un poker meraviglioso e ambizioso al quale dobbiamo dire solo grazie, comunque andrà a finire.

Giuliano Orlando

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