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Giovedì, 12 Gennaio 2017 - 17:12

Libri di sport: "Il canto del gallo, Mario D'Agata"

Libri di sport: "Il canto del gallo" - Foto dal web

Il piccolo Marciano di Arezzo, capace di scalare il mondo




Il canto del gallo. Mario D’Agata: storia di un uomo che sconfisse anche la morte – Alberto Chiodini – Ibiskos Editrice Risolo – Pag. 204 – Euro: 13.00. 

Mario D’Agata, il piccolo Marciano di Arezzo, in ordine cronologico è stato il secondo italiano a diventare campione del mondo nei professionisti, era il 29 giugno 1956, sul ring dell’Olimpico di Roma, nereggiante di folla, riporta il più alto riconoscimento della boxe professionistica. Dopo 43 anni di attesa, raccoglie il testimone di Primo Carnera, il gigante di Sequals nel Friuli, che l’impresa l’ha compiuta nel 1933 a New York.

La fanciullezza di questo ragazzino minuscolo, dallo sguardo vivacissimo, non è delle più allegre, vista la povertà della famiglia, resa ancor più difficile dalla sordità totale a cui si aggiunge la scarsa autonomia nell’esprimersi. Infanzia trascorsa a Siena nell’Istituto “Tommaso Pendola” per non udenti assieme ad un fratello. Ma l’esperienza invece di deprimerlo, lo rende più forte caratterialmente, una dote che nel tempo diventa l’arma in più per sfondare dove altri hanno fallito. Mario è talentuoso anche nella pittura e nell’intagliatura del legno, due ricchezze che porterà avanti, in parallelo con la passione per il pugilato. Che aveva scoperto suo malgrado, proprio nell’Istituto.

Il responsabile dell’Istituto trova Mario in uno stanzino, in piena notte, mentre intaglia il legno. Al rifiuto di consegnargli coltellino e statuina, tenta di usare le maniere forti, ma gli va male perché finisce ruzzoloni, anticipato dal pugno veloce e preciso dell’aspirante artista con licenza di difendersi. Il libro, impreziosito dalle prefazioni, molto toccanti, per la loro spontaneità e partecipazione, del presidente federale Alberto Brasca e di Bonaria Loi, la figlia dell’indimenticabile Duilio, che di Mario fu grande amico, si snoda lungo sentieri fortemente sentimentali, facendo prevalere l’aspetto del vissuto nel contesto di famiglia, del borgo, degli amici e delle vicende che ruotano attorno alle imprese, spesso finite in secondo piano. D’Agata è stato uno dei guerrieri italiani più spettacolari degli anni ’50. Ha condotto battaglie storiche, sia in Italia che all’estero. Sui ring australiani nel ’54 mette a tacere Bobby Sinn e Billy Peacok, il meglio della categoria, evitati da tutti.

Organicamente è semplicemente eccezionale, in quel corpo inferiore ai 55 kg. sono nascoste potenzialità pazzesche. Il recupero dopo le ferite inferte da un soggetto idiota, nel febbraio del 1955, con la doppietta, per una questione di interessi, davvero di bottega, lo rendono ancora più forte, come dimostra andando dopo poco più di un anno a vincere il mondiale a spese del francese di sangue tunisino, Robert Cohen, che era un fior di campione, ma inferiore all’aretino, come era accaduto nel ’54 a Tunisi, nel primo confronto, dato vinto al pugile di casa, tra i fischi del pubblico.

Nel suo curriculum, come viene descritto nel libro, correttezza e orgoglio vanno di pari passo. Atleta e uomo esemplare, religioso rigoroso con se stesso, marito padre e nonno splendido, una volta appesi i guantoni al classico chiodo, mantiene i rapporti con gli ex colleghi, intensifica le arti della pittura e dell’intagliatore e finalmente anche le autorità ufficiali si ricordarono delle sue imprese, premiandolo come merita. Tutto questo è ben descritto, con qualche dimenticanza veniale e comprensibile. In particolare nei confronti di Libero Cecchi, il suo manager che smosse il mondo per farlo passare professionista, quando la federazione, solita espressione burocratica senz’anima, pareva decisa a negargli l’ok. Qualcosa di più lo meritava, oltre ai brevi passaggi soft. Comunque, un lavoro meticoloso e paziente.

Giuliano Orlando
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